James and the city

lunedì scorso la Lady Macbeth. Opera che conoscevo pochissimo, salvo due circostanze non proprio musicologiche: l’impiego “pelvico” degli ottoni e la sbrigativa metabolé scenicamente ispirata all’insuperato volo di Blatter. Ben altre sono le ricchezze della partitura, come è ovvio, e la cifra del compositore è chiaramente avvertibile in più situazioni, ad esempio nel magistrale contrapporsi di alcuni strumenti (oboe, clarinetto) al tessuto orchestrale, con echi che rimandano ad uno dei più celebri capolavori di Sostakovic, la sua Quinta sinfonia. Ascendente è invece il diagaramma qualitativo: all’inizio si stenta, galleggiando tra l’ennui della protagonista – ostentata cellula staminale di tutti gli eventi a seguire – e l’erotocentrismo di personaggi e situazioni, assai dozzinali queste ultime come la lotta uomo-donna. Ma poi, dal secondo interludio in poi, tutto viaggia a meraviglia e la finezza di trama e soluzioni cresce in progressione geometrica.
Opera difficile per gli interpreti, strumentalmente e vocalmente. Ne offrono la prova anzitutto le recensioni cartacee, opposte tra loro nel giudizio sul direttore: un James Conlon che certamente merita una valutazione assai lusinghiera, antitetica a quella che espressi ormai un quinquennio fa sul suo Parsifal concertante (cercate qui dentro). Per alcuni troppo attento alla componente intimistica, per altri troppo al pomposo ed all’estrinseco: la soluzione dell’enigma sta nel fatto che ha restituito benissimo entrambi gli aspetti, distintamente presenti, con appena un indugio proprio all’inizio, ove la a tratti estrema delicatezza delle dinamiche non sempre si addiceva all’accennato senso del grossolano. Ma la prova è superatissima, con punte di eccellenza proprio nell’interludio spartiacque di cui si parlava prima.
Vocalmente si tratta spesso di cantare sopra un’orchestra forzatamente copiosa: ciò riesce abbastanza bene alla coppia di protagonisti, più alla Charbonnet che a Kunaev, entrambi con timbro non certo in grado di distribuire incanti, ma nel complesso efficaci. Meno (e in questo senso vado controcorrente con la marea di applausi e consensi) mi è piaciuto il pur “specializzato” Boris di Vladimir Vaneev, cantante di magnetica presenza scenica ed estrema intelligenza ma raramente in grado di fronteggiare l’orchestra. Ottimi gli altri ruoli-chiave, tra cui (concordo con Giuseppe Rossi) pope e capo della polizia. Ottimo il coro che si conferma ai suoi livelli.
La premiata regia di Dodin asseconda inizialmente i feromoni dei protagonisti, poi indugia bellamente ed iconograficamente su grandi gruppi statici, soprattutto nel finale in cui richiama certo cinema di Anghelopoulos. Molto celebrato è stato il saliscendi dell’orchestra, che durante gli interludi si porta al livello del palco, rimarcando così l’importanza (e l’incanto) di  questi episodi: una soluzione non solo creativa ma anche efficace, che potrebbe essere presa a prestito per altre opere ove l’episodio orchestrale assurge a pari consistenza – per tutte, il Peter Grimes o il Wozzeck.
Le scene di David ed Alex Borovsky, infine, trattano sinotticamente l’opera in una dominanza del neutro che si accosta al vuoto di ideali che domina l’opera e che tanto fece imbestialire Baffone.
Una bella serata.
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