Maestro antiruggine

sabato sera al Comunale si è avuta la comprensione dell’apporto che Riccardo Muti, quando vuole, sa fornire alla Musica. Egli è un Maestro che investe la grandissima parte della sua energia in una attività che non è di mera interpretazione, ma – si direbbe – di garanzia. Il suo interesse verte spesso verso lavori caduti nell’oblio, spostàti in seconda fila, trascurati in sede critica ed esecutiva. Il risultato è legato naturalmente alla qualità intrinseca dei brani proposti: non sempre chi scrive è stato d’accordo con quanto il Maestro ha voluto proporre – glissando sull’Europa scaligera, sentita solo per radio, la Messa Estherázy ascoltata nel 2005 mi lasciò freddino.
Quando però la partitura è di valore, il godimento è molteplice: oltre al piacere della buona musica si ha quello di avere aggiunto un tassello al proprio bagaglio ed alla propria sensibilità; inoltre, scatta quasi automatico il bisogno di approfondire la struttura musicale, l’interpretazione, se si vuole le ragioni di un mancato exploit iniziale della partitura. Si ap-prende e si è ap-presi (nel senso di rimanere invischiati in questo fruttifero gioco).
Oggi, e devo ringraziare l’amico Duccio per avermi tirato dentro a questo evento, Muti ha mostrato al meglio il lato postitivo di questa sua connotazione. Il concerto è stato non solo di elevatissima qualità, ma anche di una certa importanza per la storia della interpretazione, ed invito sin da ora a seguirlo (e magari a registrarsene una copia ad uso personale) quando sarà proposto (credo in differita) su RadioTre.
All’inizio, la beethoveniana Consacrazione del Teatro, che segnò una delle primissime apparizioni di Muti sul podio del Maggio 40 anni fa. Senza dubbio la riuscita minore della serata, con una certa scollatura tra le sezioni e un suono che non riesce a rendersi uniforme né a maggior ragione lussureggiante, impelagandosi in “nudi” nervosismi contrappuntistici.
Ma il contrasto col successivo Haydn è addirittura ossimorico. La proposta sinfonia numero 89, costretta a metà tra le “Parigine” e le “Londinesi”, snobbata in disco da HvK, Lenny e tutti gli altri haydniani di grido (tranne Böhm) conta – nel profluvio di letture dedicate in genere a FJH – solamente 8 (otto) incisioni, di cui due facenti parte di una integrale.
Dopo l’ascolto, ci si è domandati retoricamente se Muti l’abbia riorchestrata, o cosa altro sia avvenuto per illustrare questa ineseguita partitura, che va assolutamente riscoperta in massa. I movimenti esterni, in particolare, risultano di fattura squisita: il Vivace d’apertura sorprende per il febbrile contrapporsi delle dinamiche, mentre il ricchissimo Finale ha un nitore entro il quale l’idea haydniana assume grande modernità: grazie all’equilibrio orchestrale, quasi come un “non finito” michelangiolesco (o come, per tentare un paragone più ardito, in molti momenti della Nona di Bruckner), si affranca da qualunque giudizio di perentorietà del tema e s’innerva di rilevantissimi sviluppi contrastati, di cirri in un cielo comunque estivo. Il gesto di Muti ha verve; soprattutto, la cura orchestrale è massima, e la cifra della trasparenza si ha nell’estrema attenzione verso la progressione della singola frase (come i flauti sempre in calare).
Una splendida lettura, così come di grande impatto è la cherubiniana Messa solenne in mi, ancora più snobbata (esiste solo la incisione dello stesso Muti con la Bayerische). Scritta a distanza di sette anni, dal “megalite” Estherázy, se ne distingue assai: pur non priva di una magniloquenza per lo più confinata nel Gloria dalla pregevolissima chiusa, essa trova i suoi momenti migliori nella ricerca di un intimismo che forse testimonia il sofferto sollievo di una pacificazione sociale ritrovata (questa era la politica del committente Luigi XVIII).
Perentori in questo senso sono alcuni momenti come il superbo Kyrie iniziale, l’O salutaris hostia (che oltretutto costituisce una deviazione dal messale ordinario), e l’Agnus Dei conclusivo attraverso cui la musica scompare lasciando la sala per alcuni secondi in meditazione, prima degli applausi.
Protagonista assoluto di questa seconda parte della serata è il Coro, in grado di abbracciare magnificamente il ventaglio espressivo che la complessa partitura richiede; l’orchestra ed i cantanti, questi ultimi con una Ziesak la cui entrée non mi ha impressionato, giocano con misura a tirargli la volata.
Il calore del pubblico fiorentino, da sempre vicino a Muti, arriva in crescendo; quasi a voler suggerire che il tributo sia più al Maestro che alla lettura. E invece di straordinaria lettura, per due terzi di serata, si è trattato.
Alla fine c’è spazio anche per un discorso di ringraziamento per Firenze e i fiorentini, chiosato con una punta di malinconica ironia.
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2 Risposte

  1. Sono d’accordo su tutto, tranne che sul tuo giudizio della Messa Esterhazy che invece è un capolavoro di Cherubini. Non a caso c’è stato qualcuno che l’ha paragonata come importanza alla Messa Solemnis di Beethoven…
    Se la riascolti con attenzione mi darai ragione
    Ciao
    DC

  2. lo farò. intanto tu tieni pronto il tasto rec per la differita!

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