SSSS (Seiji’s symphonic+sacred side)

dopo l’elektro-choc della scorsa settimana, ho agganciato online una bella galleriuzza per la serata di ieri e, pur con un po’ di stanchezza indosso, mi son recato al concerto sinfonico+sacro del nostro beniamino.
Poco da dire, un’ottima interpretazione, applauditissima e appagante. Come amavo scrivere in cartaceo: appena appena qualche intoppo sulla via dell’eccellenza.
La Jupiter è stata un po’ diesel, ma alla fine più che soddisfacente. Ozawa tende ad interpretarla soffermandosi sulla sua vitalità e complessità ritmica. Il primo movimento è rimasto ai blocchi di partenza: convulso, troppo in staccato, coi gruppi orchestrali che stentavano a trovare una propria identità sonora. Molto meglio è andata in seguito: già dall’Andante, poi col Minuetto, per terminare col sublime Finale, in cui ad un estremo rigore nel fugato si sono sommate brillantezza timbrica e scavo interpretativo – ad esempio dei crescendo molto ben portati su viole e violoncelli. Sottolineo questo perché è bello constatare come una partitura dissodata in tutte le salse dai massimi pilastri della Musica possa ancora offrire terreno fertile alla prova, all’idea, alla scelta.

Una lettura, quella di Ozawa, sicuramente da conoscere – ed a questo proposito segnalo a Giuseppe Rossi ed agli altri discofili del teatro come esista un SACD d’importazione, obliato nel programma di sala, che può testimoniarla anche dal morto (come dice Arbore).

La seconda parte ha annoverato il Requiem di Fauré, di cui il Nostro è tradizionalmente tra i massimi interpreti, e si contraddistingue per una visione equamente, e considerevolmente, distante dal cliché romantico-francese o dalla drammatica “notte in cui tutte le vacche sono nere”. L’obiettivo è semplice: fare risaltare in pieno le infinite sfaccettature, il caleidoscopio coloristico di una partitura eccezionale. E viene raggiunto in pieno, complice il Coro (un coro una garanzia), l’ottimo lavoro degli archi, anche qui con le viole molto sollecitate: rivelando(mi) movimenti prodigiosi come il Sanctus. Unico problemuzzo (peraltro comune a tante letture) proprio nell’atteso commovente arcinoto finale In paradisum, un uso un po’ metronomico dell’organo, come una tovaglia non sparecchiata, si trascina dietro cadendo anche il coro e parte del lirismo del pezzo. A ciò si aggiunga in precedenza la performance non più che onesta del soprano Nicole Cabell e del baritono Lucas Meachem.

Si va via purtroppo senza encores (mi aspettavo una Pavanetta), ma contenti lo stesso.

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Una Risposta

  1. Insomma, non sarà bello da dire, ma oggi m’aspetto anch’io un elektro-shock, seppure lagunare.
    Ciao 🙂

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