La bénédiction de Faust

Adattare per il palcoscenico un capolavoro di 12111 versi fa veramente paura… Ma in una società così avara di poesia e di umanità, un uomo di teatro deve assumersi la responsabilità di raccontare quei capolavori del passato che ci regalano meravigliose e sorprendenti fonti di meditazione sull’oggi e anche sul nostro domani.
Così Glauco Mauri, nelle note di sala. Cosa è Mauri per questo Faust?

Mauri ne è interprete con Roberto Sturno, e i due rappresentano niente di meno della perfezione tecnica: mai un calo di voce, mai una intonazione inappropriata a ciò che si esprime o si suggerisce, mai una titubanza lungo la monumentale densità dell’opera (e a maggior ragione della sua riduzione). Accanto a Mauri e Sturno, indissolubilmente perfetti, la Margherita della giovane Maria Cristina Arnone è a volte (giovanilmente, appunto: si farà) plateale nel drammatico; in compenso è davvero squisita e matura nella scena della pazzia. Convincenti anche tutti gli altri attori, a cominciare dalla Marta di Dora Romano e proseguendo col resto del cast.

Mauri ne è regista, in grado di concepire un allestimento curato, bilanciato, visivamente suggestivo, capace di prendere alla lettera la definizione goethiana di “gioco molto serio” – muovendo al sorriso senza sfociare nel cabaret (capìto, Romolo?), e disarticolandosi nuovamente nel buio della angoscia. Belli i costumi di Odette Nicoletti, suggestiva e godibile la musica di Germano Mazzocchetti.

Infine Mauri firma, con Dario Del Corno, la riduzione di Faust a versione teatrale, ed è qui che mi vorrei concentrare assieme a voi.
24 anni di riflessione separano la prima e la seconda parte del Faust. Anche dopo il 1832, anno di completamento della eterogenea opera in rima, esiste una summa divisio, che proverei a definire come operante tra contenuto esistenziale/metafisico e contenuto cognitivo/sapienziale. Ciò è evidente pensando al trattamento adattivo che la leggenda – eventualmente per il tramite di autori come De Nerval – ha ricevuto in musica. Ciò che sommamente interessa, musicalmente, ai suoi recettori, sono tre elementi strutturali: il patto tra Faust e Mefistofele; l’intreccio tra Faust e Margherita; le sorti terrene ed escatologiche dei due.
Chi dunque si avvicinasse alla rappresentazione di Faust attraverso i libretti d’opera, avrebbe una interazione massima con la prima parte e trascurabile con la seconda, se si eccettuano i due quadri finali. Emblematica in questo senso è la genesi e la rappresentazione del quinto atto dell’opera di Gounod, che nasce in massima parte dalla necessità stilistica di allungare e spettacolarizzare la già formata opera, e tratta molto della seconda parte goethiana in forma di kermesse stregonesca in cui appaiono le figure mitologiche: una sorta di medley in cui Elena o Cleopatra sono afoni (danzanti) simulacri in una notte di sabba.
Cosa manca in queste ricostruzioni tripolari? Manca la componente più moderna e più autentica del patto col diavolo, rappresentata dal viaggio di Faust nelle varie componenti dell’animo umano. È qui che si gioca l’attualità del testo. Faust passa attraverso l’ebbrezza del potere assoluto e l’illusione della ricchezza (la banconota); l’illusione di padroneggiare la creazione della vita (l’uovo Wagneriano: parte, questa, di sconvolgente modernità); l’anelito fallace alla bellezza classica (Elena) ed al suo possesso; il potersi illudere di permanenza (cui – abbiate pietà – accenna anche il mio Zenone di Elea; ma che qui è retaggio dell’amore paterno); infine il rimpianto per la vita povera, anche epistemologicamente, e felice, di Filemone e Bauci. E l’Angoscia che tutto avvolge.

Durante lo spettacolo ho avuto la sensazione che il Kubrick di 2001 debba moltissimo a questa concezione dell’avventura umana. Tornato a casa, mi ha fatto piacere constatare come questa suggestione sia stata già colta da un regista del calibro di Eimuntas Nekrosius, come è accennato qui.
Ecco dunque che l’esperienza teatrale completa quella musicale, vi aggiunge una connotazione profondissima ed autentica, essenziale.
Entro questa prospettiva, Mauri, con Del Corno, ha coraggio ed inventiva. Agisce sul testo in maniera capillare ma funzionale a questa concezione antropologica. Elimina le grandi scene corali, non ha paura di tagliare quadri poco coerenti con l’idea-forza, ma neppure prologhi e finali metafisici.
Né si tira indietro nell’interagire col testo e connotarlo. E qui si situa la grande trovata di scambiarsi i ruoli principali. Mauri e Sturno, a causa dell’azione anti-aging mefistofelica, operano due swaps, passando dal ruolo (e dall’essenza) di Faust a quello di Mefistofele, e viceversa. Lo consente, ovviamente, solo l’altissima qualità attoriale, grazie alla quale Mauri e Sturno mantengono la loro freschezza anche nei mulinelli di questa vorticosa ciclotimìa, senza alcuna sbavatura caratteriale.
In questo modo si ottiene molto di più di un espediente costumistico: si ha una chiave di lettura in virtù della quale umano e demoniaco si mescolano.
Magistrale la chiusa: quelle tre righe in cui, dopo l’impossibile simpatia tra diavolo e cori angelici (ma Il cielo è lontano, direbbe Christina Rossetti), l’inferno diventa immensa solitudine, strizzando l’occhio alla “metafisica terrestre” che chiude Le città invisibili, ed in ultima analisi rovesciando la primigenia condizione di Faust su Mefistofele stesso: chiuso, al calare della tela, in una sconfortata ed assai umana posa da anima infernale michelangiolesca. Quanto lontano dal Pandemonium berlioziano!!

Il copione è scaricabile all’interno del sito della compagnia Mauri-Sturno.
È tanto bello che la sua lettura mi sembra un valido approccio al Faust anche per chi non lo avesse ancora letto per intero, come il sottoscritto, o per nulla.

Del successo di questo spettacolo, assoluto ed entusiasmante, si può solo riferire consigliando caldamente la visione e constatando come il grande teatro possa e sappia essere in grado di creare, anche di fronte ai classici.
Davvero complimenti. Emozionàti complimenti.

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7 Risposte

  1. uff. avevo fatto un commento lunghissimo, ma me l’ha cancellato!! argh. dicevo, grazie. e dicevo, anche, cosa intendi quando dici “squisita e matura nella scena della pazzia”? essendo la scena della pazzia un banco di prova non indifferente per le attrici e gli attori, da secoli, alcune/i legando il loro nome appunto a queste (vedi, La pazzia di Isabella, spettacolo recitato da Isabella Andreini intorno al ‘600).
    Possibile, inoltre, che l’attrice, ben sapendo la difficoltà cui andava incontro in quella scena, sia stata più concentrata rispetto ad altre che forse sentiva più semplici e in cui tu dici essere stata “plateale”? Che certe volte si è più attenti e quindi vengono meglio le parti che sentiamo più difficili, e quelle più facili, in cui si è più sicuri, sono poi quelle che in cui si commettono più sbavature. e niente.
    grazie ancora. bella recensione.

    ndr

  2. grazie a te, andrea per essere intervenuto. Anche perché i tuoi rilievi mi fanno considerare alcune cose in più rispetto a quanto ho scritto.
    A mio avviso, anche per contrasto coi due mostri di bravura che aveva accanto, Margherita appariva un po’ troppo singhiozzante, incostante nella emissione. Mentre invece, nella scena della pazzia, ha recuperato e rivaleggiato con i suoi colleghi.
    Inoltre: non è solo giovane l’attrice, ma è giovane e semplice anche il personaggio di Margherita (prima di uscire di senno). Quindi potrebbe essere anche un atteggiamento studiato. In effetti “adolescenziale” potrebbe essere un aggettivo atto a definire una parte del suo recitare.
    Quindi un filologo potrebbe anche avvalorare la sua prova nel complesso; un semplice appassionato come il sottoscritto, invece, tende a privilegiare un tipo di emissione più matura (intendo proprio uniforme), anche per similitudine con quanto fanno gli altri sulla scena.
    Legittimo quanto scrivi sulla “gestione della concentrazione”, resta il fatto che l’optimum sarebbe gestire al meglio il tutto e non una singola parte.
    Ma non voglio apparire troppo critico verso un’attrice che ha ben recitato, diciamo che è stata prima inter mortales.
    Ciao e grazie.

  3. mauri sturno.
    La migliore coppia dell’attuale teatro italiano, senza dubbio.
    Bianca

  4. Sono troppo depresso… 😦 Grazie per la recensione. (non è vero, adesso ti sarò eternamente ostile!) 🙂

    E il Doktor Faustus di Mann l’hai letto?

  5. ciao Bianca e grazie per il tuo intervento, non posso che – nel mio piccolo – essere d’accordo. :-))

    Chaton: sapevo che mi avresti odiato ma credimi non ho enfatizzato nulla!
    Alla Pergola c’era qualche telecamera, speriamo che facciano il dvd —> della serie: da far vedere a scuola.

    Mann è inserito nella monumentale coda di lettura del sottoscritto (un modo elegante per cavarsi di impiccio e dire: non ancora) :-))

  6. Perlappunto un profilo ‘adolescenziale’,
    – voce fresca e non impostata, come di bambina, confusa e timida, titubante sempre – è quel che mi è stato richiesto per Margherita, nella parte del corteggiamento. La donna viene fuori in seguito, no?
    Però che vuol dire ‘plateale’ nel drammatico?
    Oltre alla scena della follia c’è ben poco altro dramma nel ruolo…

  7. ciao e grazie della visita 🙂
    l’aggettivo plateale si riferisce nient’altro che al suo significato traslato, cioè ostentato.
    Volevo riferirmi proprio al fatto che – a mio avviso, naturalmente – hai messo una punta di drammatico in più rispetto a quello che mi sembrava il giusto 🙂
    E quindi l’affermazione che hai fatto per cui c’è poco di drammatico è condivisibile…
    ti faccio i complimenti (a te ed al resto della compagnia) ed… il rituale m****… per le prossime date! :-))

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