Romolo al bagaglino

avevo buone aspettative per Romolo il Grande cui ho assistito ieri. Esse sono andate deluse, anzi mi hanno fatto sorgere alcuni interrogativi sulla situazione artistica.

Per chi non lo avesse letto, il testo teatrale di Dürrenmatt, che giudico – nonostante i suoi 58 anni – attualissimo e straordinario, è dotato di quel sottile equilibrio tra gusto ed ironia che rende possibile il sorriso e la risata intelligente e riflessiva, senza dover ricorrere ad alcuna forzatura.

Non così evidentemente per il quotato regista Roberto Guicciardini, che ha sentito la necessità di trasformare i personaggi gravitanti attorno all’imperatore in rozze caricature, introducendo espedienti cabarettistici di bassa lega: a volte vecchi come il cucco (il de gustibus non di-sputandum; oppure la fantozziana alterazione di nomi comuni o propri: sono arrivati i marzian.. i germani); altre volte addirittura latentemente xenofobi come il salamelecco dell’imperatore d’oriente.

Chiude la serie delle perle nere l’ubiquo impiego del dialetto napoletano, e in generale una attorialità che guarda  quasi esclusivamente al frizzo e lazzo, e assai poco alla sostanza.

Peccato, perché la interpretazione di Mariano Rigillo, nel ruolo di Romolo, è stata invece di gran levatura. Infatti la parte più riuscita dello spettacolo è risultata senza dubbio il Terzo Atto, in cui lo strepito si fa minimo perché Romolo affronta i personaggi (Giulia, Rea, Emiliano) uno ad uno e non tutti insieme. Regalando, con veri pezzi di bravura mono e dialogica, il giusto fulgore al bel testo. Purtroppo, la prova di Rigillo è parsa uno Swarovski alla sagra della porchetta.

Spezzo una lancia anche per scene e costumi di Lorenzo Ghiglia, questi  ultimi sì grotteschi ma equilibrati.Una lettura scenica ha buon diritto di stravolgere l’originale, quando apporta idee e brillantezza di risultato. Per fare due esempi musicali, Carmen è stata ambientata anche negli slums sudafricani e cantata nell’idioma locale. E Sellars ha visto Theodora – su cui questo studio interessante – come tragedia dell’imperialismo statunitense.

Quando invece la verve latita, ci si espone all’obiezione di superfluità: perché voler alterare ciò che sta in piedi da solo, e oltretutto alla grande?

Allora, siccome a pensar male etc. etc., siamo alle solite. Viene cioè spontaneo il giudizio per cui Vanzina tira più di Woody Allen, e l’illazione che, se la voglia di apprendere degli spettatori è morta da un pezzo, pure quella di prenderli per mano da parte degli addetti ai lavori non se la passi troppo bene. Al punto che non basta più avallare il vizioso: si modifica il virtuoso.

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