IDEAL EMPIRE

e dunque parliamo di questo INLAND EMPIRE, tutto maiuscolo mi raccomando, sennò Lynch si offende. Sono stato mezza nottata sveglio per sorbirmelo, non ho resistito. E naturalmente, come credo molti altri, sulle prime non ci ho capito praticamente nulla. Mi sono preso un paio di spaventi (ero al buio), e mi è rimasto un senso del cimento che mi porta a rimuginarne con voi.
Sulle prime, ci sarebbero spunti per accostarlo al precedente Mulholland Drive: ancora un titolo toponomastico di LA; ancora lo showbiz Hollywoodiano come punto di partenza per una alienazione; ancora un film nettamente al femminile – una incredibilmente brava Laura Dern ed una schiera di avvenenti ragazze-“moltiplicatore”.
Rispetto a MhD il discorso, però, si complica notevolmente: mentre là si gioca sulla diversa tassonomia delle cose e delle persone – ma entro una chiara gerarchia degli stati di coscienza, evidenziata anche dalla struttura rigidamente bipartita del film – qui ogni riferimento sembra scientificamente alterarsi: luogo, tempo, lingua, attorialità, corporeità, identità.
MhD, quindi, sta a INEM come il gioco del quindici sta al cubo di Rubik. Appena più vicino, in questo senso, mi appare Lost Highways. Lo stesso Lynch rimescola le carte: alla Biennale dello scorso anno è perentorio, tra le risatine dei giornalisti: «Il film è chiarissimo!»; poi ammette di avere lavorato senza copione di partenza,sulla base di una idea che si precisava durante le riprese.
Questa concezione eliocentrica della sceneggiatura è plausibile. In effetti, dopo 24 ore dalla visione, mi sono prepotentemente tornati in mente due monologhi ed una scena che potrebbero essere i soli attorno a cui aggregare un possibile sistema interpretativo. Non ci scommetterei troppo, è vero; ma il quadro mi pare già meno frammentario rispetto all’immediato post-film.
Certamente, mi sembra che le sempre più frequenti dichiarazioni del grande cineasta, relative alla fondamentale importanza della meditazione trascendentale nella sua vita e nella sua arte, siano un suggerimento neanche troppo implicito sull’approccio che si deve avere tentando di interpretare il suo lavoro. Se dovessi azzardare qualcosa, accosterei il cinema di Lynch all’idealismo Fichtiano, ove “la conoscenza non è più del fenomeno, ma del soggetto conoscente”. Ogni sua tessera di celluloide mi sembra un avvicinamento a tale stato puro.
Rispetto a questo, qualunque tentativo dialogico, credo, si degrada ad una sitcom di conigli che ha molto di beckettiano, con dialoghi e risate random.
Le poche note tecniche, oltre al già citato magistero di Dern, riguardano la consueta bellezza delle immagini. Non sono  entusiasta del digitale (cui Lynch da questo film in avanti non prescinderà più), che molto spesso si traduce in un eccesso di definizione dinanzi ad un quadro che tutto è meno che definito. Gli attori sono tutti piuttosto famosi; da notare che, se  Naomi Watts presta la voce a un Rabbit,  Laura Harring compare anche durante i titoli di coda del film; la partecipazione degli attori-feticcio  non direttamente presenti sta quasi a simboleggiare l’importanza “totalizzante” di questa pellicola, nella poetica del genio di Missoula.
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4 Risposte

  1. E’ un film assolutamente caposaldo, caposaldo poi di cosa non si sa ne si saprà per almeno dieci anni. E’ un film avanti almeno di un decennio, è la nuova avanguardia, il nuovo mistero della realtà svelata nel mistero, è visione e morte, vita e redenzione, obiettivi panoramici in macro, è l’autobus per Pomona.

    Il capolavoro del decennio.
    Grande bob

    yours

    MAURO

    PS: uhè, Bob è anche il demone che infesta twin peaks… altro lynch di classe 😉

  2. Che bel blog! musica e ironia…tornerò a trovarti.

  3. è un piacere, Milady.

    @Mauro – non mi ricordavo questa mia appendice sulfurea…

  4. INLAND EMPIRE è IL FILM.. non cercare di capirlo, ma di viverlo e solo a quel punto la sua magia (ovviamente inquietante) ti trascinerà con se.
    PS: ho creato da poco un blog.. passa a lasciare i tuoi commenti, ne sarei happy..

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