Opéra-72-minutes

Innominabile, sì. Ma anche heautetimoroumené: punitrice di se stessa. Per essere, come spesso si sottolinea, un patchwork di cose sublimi e cose dozzinali. In cui zingarelle mercuriali e guerrafondaie, al punto da sembrare nipotine di Bush, s’intromettono tra serrate ed austere agnizioni; come un panino al lampredotto in una cena di bouillabaisse chez le Vistamar, dominando Montecarlo. La logica, peraltro, era evidente: divertire, ed allentare ecletticamente la tensione, in modo da conservare l’interesse fino in fondo. E sembra aver sortito effetti – nelle quattro ore di “servizio”, compresi intervallo e cambi scena – anche tra il pubblico attuale: una biondina adolescente due file dinanzi a me, esaurita la riserva di attenzione, ciondolava lungo il terzo atto. Avrà tracciato mezzo miglio con la testa. Sulla scena del venditore ambulante si è calmata. Chi però è più avvezzo alle maratone operistiche non potrà non rilevare lo iato, e dolersi per esempio di come tutto questo orpello, comprimendoli, renda troppo convulsi i tempi del bel tema psicologico “amici-duellanti” tra Alvaro e Carlo, che doveva essere più disteso lungo l’opera.Speriamo comunque che della OVI gli spettatori abbiano recepito la bellezza oscura e tante caratteristiche che la rendono diamantata. Molto di valido passa per Leonora: scrittura brillante e “cromaticamente sperimentale” (Madre, pietosa Vergine) che proietta in avanti, verso l’ultimo, strumentalmente magistrale periodo compositivo. Come pure l’abilità verdiana – mai così sciolte le briglie altrove – di concertare voce e strumento solista: violoncello (Me pellegrina) ed arpa (Pace, Pace) per Leonora; anche se il virtuosismo più pronunciato è quello affidato al clarinetto nella invocazione di Alvaro (O tu che in seno agli angeli).

Contrabbassi dietro ai violoncelli; questi ultimi, per chi guarda il palcoscenico, a sinistra “in balaustra” : al loro fianco, a scorrere, primi violini etc. Ignoro se ciò sia di prassi, o in partitura, o frutto di scelte artistiche piuttosto che “ambientali”. Nell’ergonomia del suono c’è da rilevare come questa disposizione dia maggiore equilibrio al tappeto orchestrale e possibilità di coglierne le sfaccettature.
In ogni caso, l’orchestra si è comportata benissimo, con un nitore da grande spolvero; condotta da par suo dal «nume dell’India», al quale si può imputare solo, nella Sinfonia, quella mancata isteria agogica – al cospetto di una vera e propria schizofrenia tematica della scrittura – che separa l’ottima lettura dal capolavoro.
Il Coro non si decide proprio a scendere da quei gradini d’eccellenza su cui è – da anni ormai – saldamente collocato: il che rende eludibile ogni compito recensorio. Basti dire che rende sopportabile anche «l’orrido Rataplan» (Girardi).
Di livello la performance dei cantanti. Su tutti la coppia di protagonisti, Urmana & Giordani, che affronta i rispettivi ruoli con piglio e padronanza. Sarebbe spaccare il capello in quattro incaponirsi, nella suddetta Leonora, su una sfalsettatura qui piuttosto che una sgranatura laggiù: inavvertibili (tranne che allo schizzato scrivente) impurità del corpo vitreo in occhi saldamente azzurri. In ripresa Guelfi, bravi Gertseva, De Simone e Scandiuzzi, un poco affaticato solo il “Commendatore” Calatrava di Dal Monte (dice: sarà per questo che lo fan fuori subito).
Regia scene e costumi non si discostano da canoni saldamente classici: che questo sia fatto positivo o negativo, è nelle corde di ciascuno.

Insomma, una esperienza teatrale meritevole, i limiti della quale stanno, osiamo, più in chi ha scritto che in chi ha inscenato. Storpiando Milhaud, e continuando col gioco(?) di eludere la nominabilità del tutto, un’opéra-72-minutes: ove una bella scelta di brani ed arie, anziché il minestrone integrale, forse gioverebbe. Certamente lo fa sul piano del puro ascolto.

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11 Risposte

  1. Ahi, ahi, ahi, caro Bob.
    Riprendi tesi critiche sull’innominabile vecchie e stravecchie.
    I momenti sublimi della partitura in questione sono tenuti insieme da un tessuto connettivo fatto di tanti episodi niente affatto secondari.
    Anzi, dirò di più: l’unicità di quest’opera nella produzione verdiana, la si coglie soltanto eseguendola integralmente, senza i tagli assurdi imposti dalla tradizione, e rispettandone la struttura.
    Tanto per dare un’idea degli arbitri di cui l’innominabile è stata vittima, pensiamo soltanto all’assurda trovata di Franz Werfel di spostare la Sinfonia tra il primo e il secondo atto!
    Una “tradizione” seguita anche da direttori straordinari come Walter e Mitropoulos.
    Quindi assolutamente no a selezioni.
    Sarebbe come concentrare in tre o quattro capitoli “I promessi sposi”, o “Guerra e pace”.

  2. il mio voleva essere un giudizio puramente estetico, non filologico, né esecutivo.
    Forse quel “gioverebbe” è un poco equivoco da parte mia, mi rendo conto: mica si può riscrivere l’opera!
    Riduciamolo dunque al fatto d’ascolto, se uno vuole.

    Mi rammarico soprattutto del fatto che Verdi abbia sviluppato in maniera troppo convulsa gli avvenimenti-cardine e il loro substrato psicologico: converrai che amicizia – ferimento e riconoscimento tra Carlo e Alvaro, in dieci minuti secchi, sono una grande tematica non svolta.
    E continuo a ritenere che il materiale musicale “ex canovaccio” sia assai prevalente rispetto a quello “di riempimento”.

  3. [peraltro: essere interpretativamente accomunati a Walter e M’poulos alle 10am di un lunedì mattina è assai gratificante. Grazie! :-)]

  4. Beh Verdi aveva una sinteticità drammatica molto forte: pensiamo a Rigoletto o a Trovatore (dove non esiste nemmeno un duetto d’amore tra Manrico e Leonora….)
    Quindi il fatto che l’amicizia, ferimento e riconoscimento non potevano che svilupparsi brevemente.
    E poi non dimentichiamo che Verdi non scrive per un teatro italiano ma per S.Pietroburgo e si ispira soprattutto al grand opera francese
    Ciao
    DC

  5. A San Pietroburgo le cose stavano in maniera diversa e, aggiungo, forse migliore del rifacimento scaligero.
    Dunque, in ordine: duettino dell’amicizia, battaglia, ferimento di Don Alvaro, duetto della barella, aria di Don Carlo, SCENA DELL’ACCAMPAMENTO (con Preziosilla, Trabuco, Melitone e il Rataplan), poi duettone del riconoscimento e aria finale di Don Alvaro.
    Per la Scala Verdi combinò un pasticcio, anticipando il duettone del riconoscimento, eliminando l’aria di Don Alvaro (bellissima e difficilissima) e mettendo la scena dell’accampamento alla fine.
    Insomma, Don Alvaro esce ferito e dopo due minuti ritorna “sanato e forte qual prima”.
    Decisamente migliore e più plausibile la drammaturgia di San Pietroburgo.

  6. a proposito, voi filologi: come origina la disposizione degli strumenti? Partitura? Consuetudine operistica (generale/del teatro)? Scelta del Maestro Concertatore? Scelta basata sulla diffusione del suono???

  7. Consuetudine del teatro e scelta del maestro concertatore.

  8. La versione di San Pietroburgo è molto bella, non credo di scoprire l’acqua calda sostenendo che il finale tragico è molto più funzionale all’opera di quello tradizionale, un po’ melenso.
    Don Alvaro ha una statura morale decisamente maggiore.
    Gli spostamenti della sinfonia sono assurdi, come il taglio del duetto.
    Ho sentito parlare abbastanza bene di Francesco Hong, mi confermate la notizia?

  9. basta che leggi in fondo al post con l immagine del “panterone” Suazo.
    Purtroppo non ho potuto verificare di persona essendomi imbattuto in un ottimo Giordani.

  10. “basta che leggi” … pardon per la congiuntivite 🙂

  11. “basta che leggI”: chiedo venia per la mia “congiuntivite”.

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