dea ex machina

Quanti sono i musicisti tra i cantanti? Anch’io non leggo bene la musica e non suono il pianoforte, ma che c’entra? Le racconto una cosa. Sia io che Luciano abbiamo studiato col maestro Campogalliani, e quando dissi a quest’ultimo che sapevo poco di musica lui m’intimò: guai a te se impari il canto scandendo uno-due-tre-quattro! Hai sensibilità, doti naturali, non perdere la tua naturalezza! C’è chi ha la musica nel sangue, e Luciano era tra questi. Inoltre per cantare ci vuole una certa testa, un’intelligenza musicale che lui aveva.

Questa pronta risposta di Mirella Freni, intervistata da Leonetta Bentivoglio su Repubblica di ieri l’altro, fa a mio avviso piazza pulita di ogni rumore inconsulto nei confronti del "Pava".
Le velleità critiche nei confronti di uno dei più grandi tenori del secolo, come ho accennato nei commenti a GioVit, appartengono in pieno alla sintomatologia di uno dei disagi dell’Italia: la sindrome di Crono (che notoriamente divorava i suoi figli). Il primo giorno si piange, il secondo si eccepisce. Un po’ anche per distinguersi dal mainstream.
Si discute molto sul commento di Paolo Isotta, che Amfortas riporta per intero insieme al suo implicito sdegno (e a quello di tanti). A parte l’importanza, in questo caso amplificatorio-diseducativa, del pulpito Corsera, l’Isotta non mi sconvolge tanto – passati i 15 minuti di rituale incazzatura, ovviamente. Isotta infatti predilige andare fuori dal coro a prescindere dalla realtà.
Del resto non è stato il solo, come si evince da questo thread.
Ma i criticoni, si sa, fanno così. Amano stupire con effetti speciali, come diceva una réclame. Su queste premesse un bel giorno – credo – scriveranno che i cocomeri vanno in salita, e nessuno darà più loro credito. Come è successo ad una anchor-woman in Germania, anche lei amante delle provocazioni fini a se stesse. Rimangono vittime del loro stesso atteggiamento.
A Firenze questo modo di fare si definisce: chiudersi le pa**e in un cassetto per far dispetto alla moglie.

La cosa più grave è un’altra.
È che anche stavolta – come quando (27 maggio 2003) morì un altro grande Luciano della musica – mi è toccato sentire, con contenuti diversi, un refrain di maldicenza tra alcuni addetti ai lavori. In questo caso:
"Non sapeva le note".
"Non sapeva solfeggiare".
"Non aveva senso del tempo".
"Domingo sì…"
E ciò solo perché magari c’era stato qualche screzio personale.

Sto leggendo un libello di Tolstoj nel quale il grande scrittore chiosa amaramente: «Tutti vedono e sanno…che gli uomini che si dedicano alle scienze ed alle arti non vi si dedicano per illuminare il popolo, ma per l’onorario e le pensioni che ne traggono».
Si può discutere sull’entità delle buste paga, ma, quanto ad atteggiamenti, spesso non sembrano passati 114 anni da questa affermazione.
[Né in campo musicale né in quello letterario, per la verità. Apro e chiudo una parentesi: avete seguito le vicende e il carteggio del premio letterario Viareggio? Che tristezza.]

Per fortuna la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica la pensa diversamente.
Per fortuna c’è la Signora Mirella, ultima dea.
Che riporta l’attenzione sulla musicalità pura, spostandola dal ragionierismo musicale.
Ragionierismo che, se la cosa fosse utile per far clamore, espungerebbe dal novero dei tenori miliari anche Caruso e Beniamino Gigli: quest’ultimo addirittura inseriva a piacimento frasi e accenti nelle sue arie (cfr. il famoso "Infamia! Infamia!!" alla fine di Vesti la giubba).
Musicalità pura. Degna, azzardo, di ingenerare una prassi, come per esempio quando Luciano-Riccardo, sulle parole "Ma come fa da ridere la lor credulità!", sembra incarnare in pieno il grottesco, il popolare (benché in Boston) verdiano.
E così in molte arie e personaggi che resteranno per sempre inscindibili dalla interpretazione di Luciano Pavarotti.

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6 Risposte

  1. nel mio blog c’è un quesito per te, g***

  2. Ci sono delle incisioni di Pavarotti che sono storiche, aldilà di ogni ragionevole dubbio. Non voglio dire che è il migliore, ma storico sì.
    I suoi Rodolfo, Calaf, Pinkerton e Cavaradossi per Puccini.
    Elvino ( …io non reggo…più non reggo a tanto duolo… forse inarrivanile in via definitiva), Arturo, Orombello per Bellini.
    Almeno Edgardo, Leicester, Nemorino per Donizetti.
    Arnoldo per Rossini.
    Il Duca, Oronte, Renato nel Ballo e, se si leggono le lettere e le indicazioni di Verdi stesso, anche il Manrico.
    Per non parlare delle singole incisioni di arie: dal Duca d’Alba di Donizetti, la prima che mi viene in mente.
    Resta il rimpianto per ciò che non ha inciso: il repertorio romantico francese, ad esempio.
    Romeo, Nadir per primi.
    Il suo francese era orrido? Vogliamo parlare di quello di Corelli (Don Josè, Faust e Romeo)
    Sempre per restare in Francia: mi manca il suo Raoul.
    E non parliamo poi del Bellini del Pirata, o del Donizetti di Roberto Devereux e Anna Bolena, dove avrebbe potuto lasciarci prove straordinarie.
    Francamente, mi sembra che ce ne sia a sufficienza per considerarlo un po’ di più di quello che ha voluto far credere Isotta (il quale, detto per inciso, spesso dorme alla rappresentazioni, e non è un relata refero)
    Ciao 🙂

  3. aggiungerei tra i ruoli inarrivabili il Rodolfo della Luisa Miller (tifo da stadio nelle incisioni dal vivo).
    Riesce a rendere ascoltabile anche quella che è (a mio avviso, mi raccomando) una mattonata di opera.

  4. Come no, e mi sono scordato anche altre cose: La Favorita dal vivo e in studio, ad esempio.

  5. Sono molto d’accordo con te, Giulia

  6. Parole inconfutabili.
    Polemica sterile, peccato essermela persa per dire la mia.

    Mi sono sempre lamentato che i cantanti vengono considerati musicisti di Serie B (a ragione) e pagati come calciatori di Serie A (a ragione?). Ma mi lamento con i cantanti che vengono da me e non sanno una nota, con me che non capisco un passaggio armonico, con gente della mia età che dice: “chemmefregadeleggè! C’è o Ciddi!” e altre astruse amenità.
    Sono altri tempi quelli in cui Freni e Pavarotti cantavano, tempi in cui era la musicalità, l’estro, l’arte dell’arrangiarsi alla grande, all’italiana, a dominare.
    La scena internazionale è sempre stata più “professionale” al riguardo, ma non ha lasciato tanti esecutori vitali come abbiamo lasciato noi.
    E’ una cosa che mi fa riflettere.

    Il rischio di diventare un teorico è concreto quando si studia.
    Ma è un rischio che a mio avviso, OGGI, bisogna correre. Per il tempo che viviamo ma anche per sè stessi, per comprendere dove va la musica, per non restare ancorati ad un tempo che, purtroppo, piano piano, sta morendo.

    Pavarotti è un grande. Rimpiango solo quello che avrebbe potuto fare con due dita di teoria in più.
    O forse non sarebbe stato quello che è stato.
    La storia non si fa con i Se.
    Luciano ci è entrato “di petto”! Se la merita tutta e mi vado a riascoltare il suo Calaf.
    Il suo intramontabile Calaf aritmico.

    Straordinario.

    yours

    MAURO

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