en attendant Charlot

gustosa incursione teatrale alla Leopolda, ieri sera, per fissarsi negli occhi e nelle orecchie quella che il regista Roberto Bacci ha sentenziato essere l’ultima replica in assoluto del fortunato spettacolo tratto dalla piece beckettiana. Causa: scadenza diritti ed altri aspetti.
Io invecchio e ho mal di schiena, ma, come non mi accadeva dai tempi dei Kings of Convenience, ho dovuto fare due mezze corse (anche stavolta, la prima inutile poiché ci hanno ristoppato) per accaparrare buoni posti. Accade sempre più spesso che negli spettacoli a posto unico la gente venga conglomerata in pochi metri quadri per poi aprirle i cancelli a ridosso dell’inizio e lasciarne regolare i rapporti sociali dal darwinisimo puro: esigenze tecniche quante ne volete, ma secondo me c’è anche una puntina di sadismo. O no?
Per fortuna ieri c’era posto per tutti, ed anche chi si è dovuto accomodare sugli scaloni aveva una buona visuale.

Lo spettacolo, ben due ore e quaranta minuti, interrotte da un brevissimo intervallo, non ha deluso: assoluta fedeltà al testo, gran bravura degli interpreti.
Forse la meneghinizzazione di Didi e Gogo, veri e propri travet metropolitani milanesi, l’ultimo dei quali parla come Larsen, è l’unica cosa che è sembrata pesare un poco, anche in ordine alla migliore comprensione delle schermaglie "dialettiche" di ogni inizio atto, in cui a mio avviso più potente è la beckettiana distruzione di ogni appiglio del senso comune e soprattutto della memoria.
Ma il giudizio complessivo è ottimo, e direi che Cvt., che attendeva di poter assistere ad una "incarnazione teatrale" del suo amato aspettando Godot, è rimasta piuttosto sazia e soddisfatta.

Chi ha deluso, invece, è stato il pubblico ed il suo approccio. Anche ieri, come per Berio, tanti giovani; solo che questa volta hanno sbagliato in pieno il modo di avvicinarsi. Al di là di qualche arguzia, e del grottesco debordante insito nel primo atto, culminante nel monologo di Lucky, non credo che aspettando Godot faccia ridere. Casomai, talvolta, sorridere. Invece, un continuo sghignazzare;  sommesso nel primo atto, ubiquo nel secondo in cui ci si è messo forse anche il progressivo fastidio dello star fermi.
Sperando di sbagliare, la sensazione è che molti si siano imbarcati in questa avventura pensando di andare a sentire una performance comica (da qui il mio titolo). E la sottosensazione (messa ai voti, ed unanime) è che questo appuntamento beckettiano sia stato inteso da molti come una componente essenziale nel kit dell’universitario alternativo perfetto. Col corollario che nessuno si è preventivamente preoccupato di approfondirne lo spirito.

Per chi comunque è riuscito ad isolarsi dal contesto e concentrarsi su ciò che accadeva in scena, è stata una bella serata, foriera di profondi instradamenti sulla tecnica del grande drammaturgo. E, come sempre, sulla estrema attualità di quanto egli vuole rappresentare. Senza scorza.
Bravi pontAderesi! 🙂

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