19 re minori (o 20?)

l’infanzia di Amfortas ed una spontanea attribuzione di Gabriella mi hanno spinto a riflettere sulla equazione tra tonalità e caratterizzazione di un brano sinfonico. Ti viene da pensare ad un possibile nesso tra tonalità e vocali di Rimbaud.

In particolare ho preso in esame alcune sinfonie che iniziano in re minore. Lasciando stare volutamente le altre forme orchestrali, prima tra tutte il concerto, perché ovviamente vi si innesta la necessità di scrivere per lo strumento rispettandone l’estensione e puntando a fare emergere "qualcosa" di estrinseco, vale a dire il virtuosismo.
Inutile dire che ho trovato questa forma di catalogazione tonale davvero intrigante, poiché, oltre al valore di conoscenza, conglomera stili diversissimi e ti consente di affiancarli, coglierne le peculiarità e lavorare di fantasia.

Quale colore dare al re minore? Uno scuro colore funebre?
Ho notato già come al re minore si associa un’idea di indistinto, che non si può definire morte se non a contrario, come assenza di ordine o di coscienza (Mahler, Beethoven). Del resto l’inizio della Nona (La-Mi) è vuoto della modale. Nella Terza di Mahler invece lo spiccato carattere di Marcia Funebre è attenuato dal "programma" che cita il risveglio del dio Pan (Natura) dal suo torpore invernale. Un modo per opposti di dire primavera e , se volete, di ribadire la massima greca di fratellanza del sonno e della morte.
In Dvorak e Schumann, il re minore che apre Settima e Quarta è collegato ad uno sviluppo tematico intensissimo, convulso – soprattutto in Schumann, in cui lo Scherzo (Vivace) del terzo movimento costituisce inversione tematica del primo, e non è quasi mai trattato dai direttori con l’auspicabile ferocia.
Dunque il materiale di apertura è la base per l’andamento successivo.
Assai lirico invece Sostakovic, nella Quinta, prorompendo agli archi la tragicità della condizione umana, destinata però a trionfare in un tripudio – per aspera ad astra – che indubbiamente riconduce lo schema di sviluppo al medesimo numero cinque beethoveniano.
La Sesta di Sibelius è infine l’esempio di come l’impianto tonale possa distaccarsi da cupi pensieri, giungendo ad un molto scandinavo senso elegiaco e pastorale, giocato nell’alternanza re minore – do maggiore.
Spesso dunque il re minore non ha il carattere di irreparabilità che, nel Requiem mozartiano, lo rende propriamente "funebre", ma costituisce un antefatto dialettico (volentieri introduttivo, in tempo lento) da cui emerge un’asserzione tematica spesso assai differente.

Ed arriviamo alla cosa più intrigante.
Sapete dirmi in che tonalità è la Quinta Sinfonia di Mendelssohn?
Una semplice ricerca – su Google, sui vostri cd, sui programmi di sala – vi mostrerà come la communis opinio sia spaccata in due correnti: re maggiore, re minore.
Me ne sono accorto raffrontando la citata pagina Wiki con i miei cd.
Come risolvere il dubbio?
Eppure i due diesis in chiave – nonché, aggiungo, il fa diesis nel tema dell’Amen di Dresda – dovrebbero condurre ad una soluzione univoca in senso maggiore.
Tuttavia, dopo l’introduzione programmatica che consiste in questa citazione liturgica, Mendelssohn passa al re minore e porta avanti il suo discorso tematico.
Questo svia molti. E dimostra, con un esempio contrario rispetto alla Nona che abbiamo visto sopra, come l’uso del re sia particolarmente labile, sottile, foriero di ambiguità.
Non a caso un maestro della manipolazione tonale come Bruckner se ne è servito in due sinfonie capitali.
Dunque, citando Strauss, da una morte inappelabile siamo approdati ad una sfuggente trasfigurazione.

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Una Risposta

  1. Una volta letto il tuo post sono andato a controllare le mie due edizioni della quinta di Mendelssohn, una in cassetta e una in cd; e in effetti sulla cassetta c’è scritto “sinfonia in re maggiore”, mentre sul cd “sinfonia in re minore”. Curioso, non avevo mai notato questo “imbarazzo”.
    Comunque secondo me la dicitura giusta è “Sinfonia in re maggiore”.

    Un saluto

    Aydilber

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