neologismo limitato benché etimologico

sarà la frequentazione Dantesca, ma da settimane, per descrivere certi ambienti ed il comportamento delle persone che li popolano, utilizzo il verbo cialtrare.

Al Poeta sarebbe piaciuto: … «alfin venimmo in loco ove si cialtra»!!

Però, propriamente parlando, non è termine ricompreso nel vocabolario, che attualmente conosce solo cialtroni, cialtronerie, cialtronaggini; ma non ancora una forma verbale correlata. Fate pure voi la verifica, dopo esservi registrati gratuitamente.

Con sorpresa (i neologismi in fasce mi emozionano), scopro che qualcuno in rete fa già uso del verbo cialtrare.
Quasi esclusivamente in senso etimologicamente corretto (infatti la "radice cialtrona" deriva probabilmente da ciarlare).
Per cui, seguendo il primo esempio trovato su Google, «cialtrare di "corporate blogging"» significa parlarne a vanvera, senza cognizione di causa («senza magari averne neanche uno personale»), senza fondatezza. Ma essenzialmente parlare, non essere.
Va però registrato che l’uso corrente non ha ancora assimilato il duplice elemento pregnante del cialtrone. Più che la sua abiezione (la maggior parte dei "cialtroni" che conosco sono buoni diavolacci), esso è secondo me la sua trasandata inconcludenza; senz’altro condita anche da fiumi di parole, in cui detta inconcludenza si estrinseca.
Ma alla base dell’eloquio (o sproloquio) il termine indica un preciso modo di essere e (non?) agire. Non necessariamente "vile", spesso frutto di disposizione innata o tattica di sopravvivenza.

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