imperatori e condottieri

ieri ero preoccupato del fatto di essere negli ultimi posti per ascoltare il concerto Jurowski – Siirala; in realtà la visuale era ottima, perchè nelle file di platea dalla P in su il teatro prende a "salire". L’acustica, pure, non si è fatta desiderare; anzi, in Prokofiev, è arrivata con un fragore che quasi farebbe compatire i timpani degli astanti in prima fila, se non fosse che probabilmente il suono era maggiormente convogliato verso di noi. Unico problema si è rivelato un rumore costante di fondo – come una ventola o altro macchinario – proveniente dall’alto: coperto dall’orchestra per la stragrande maggioranza del tempo, affiorava malauguratamente alle orecchie sensibili negli episodi più soffusi.

Artisticamente parlando, si son sentite cose buone e meno buone.
Cominciamo dall’Imperatore. Nonostante l’entusiasmo dei vicini, non ho condiviso la lettura di Michail Jurowski per almeno due terzi. L’apprezzato direttore ha scelto un taglio molto "ritmico" della partitura beethoveniana, spingendo l’orchestra ad esaltare oltremodo staccato e sforzato. Ciò a mio avviso ha concretato una lettura meccanica e poco appassionante: la mia personalissima opinione è che l’elemento ritmico in questo concerto sia già un "in sé" che non necessita enfasi ma di essere controbilanciato da un discorso maggiormente lirico.
Sarà che mentre mi preparavo per uscire ascoltavo Giulini
In questa cornice un po’ problematica il giovane pianista finalndese Antii Siirala, chiamato a raccogliere la pesantissima eredità di Pletnev, si inseriva assai bene in avvio, mostrando anzi nel primo movimento di prendersi la croce e accollarsi in pieno il gioco dialettico tra intimisimo e solennità. Mentre nel celeberrimo Adagio – sicuramente picco negativo della serata – neppure lui è riuscito a sottrarsi ad una impressione di freddezza generalizzata.
Meglio – tutti – nel rondò finale, più consono alla impostazione interpretativa prescelta, con un’orchestra finalmente in spolvero. Applausi copiosi, encore pianistico che Giovanni mi indicava essere Widmung (Schumann – Liszt), un bel pezzo eseguito con un traboccante abbandono lirico confacente al trascrittore ed al genere liederistico da cui il brano promana. È, originariamente, il Lied che apre il ciclo Myrthen, op. 25 e presenta una struttura tematica "espansiva" simile al famoso Ich grolle nicht dal Dichterliebe che spesso abbiamo qui ricordato.

Dopo l’intervallo, il Nevskij. Qui Jurowski "gioca in casa", esssendo Prokofiev un autore che ha ampio spazio nel suo repertorio. La magniloquenza sinfonica e corale (con la solita eccellenza di quest’ultimo) affascina soprattutto nelle invocazioni alla Russia ed al suo popolo, mentre la scena della battaglia mi è apparsa assai poco ferale, piuttosto controllata. Anche il Campo della Morte –  il brano che prediligo, talora fino a commuovermi – è stato reso correttamente e dignitosamente dall’orchestra e dal mezzosoprano Irina Mishura, ma senza troppa partecipazione.

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3 Risposte

  1. difficile parlare di musica classica dribblando saccenteria o peggio esilarante sicumera critica da appassionato dell’ultim’ora. difficile un blog musicale che non cade nella trappola dell’ovvio. notevole. ringrazio muta e quasi incredula.

  2. gentilissima! auspico che “il mutismo si muti” nel lasciare i tuoi commenti se e quando vorrai.

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