chi ha paura del critico lirico?

da un po’ di tempo i miei pensieri sono occupati dal problema della "critica", intesa come trasmissione esperienziale. Sia punto di vista intrinseco della sua validità, che da quello estrinseco, della sua attitudine ad attecchire.

Da quest’ultimo, più superficiale (ma non troppo, perché ne deriva in ultima analisi il futuro della nostra adorata arte) punto di vista, mi piacerebbe essere bravo come Alban Berg (vedi post precedente) nel ricavare un’equazione della critica ideale, come lui fa del Teatro d’opera. Plasmare quanto di conoscenza analitica e quanto di abilità sinestesica debbano essere versati nel calderone della "trasmissione esperienziale", per renderla esatta e contemporaneamente viva.
Il problema della critica è secondo me la dialettica per cui la pura conoscenza la inaridisce, mentre la sola sensorialità la rende, a lungo andare, una melassa.
E che queste due grandezze fanno a pugni tra loro attraverso i loro adepti.

Stamane Gabriella di nonsoloproust ha rispolverato con merito una tipizzazione adorniana dell’ascoltatore.
Il mio tentativo di auto-classificazione, nel commento, è stato subito seguìto da una rappresentazione di come, nelle mie amicizie, i "tipi" spesso si contaminino tra loro, per cui chi è "tipo 1" molto spesso è anche "tipo 5".
Il problema è però che questa tipologia, per Adorno, vuole essere anche una gerarchia.
Ed arriviamo allora al punto più importante.

Il termine "critico lirico" lo desumo da un contributo del Filosofo dell’Arte Dino Formaggio per Kamen’ interessante rivista di poesia e filosofia (n. 29/2006 , pag.36 – redazione 037730709 – corsivi miei).
Ecco il passo incriminato: «… il giudizio critico, invece, lo fanno i critici: ma i critici chi sono? Anche qui c’è una varietà enorme. C’è il critico di origine emotivo-lirica, che canta insieme all’opera d’arte, per così dire, prende a prestito l’opera d’arte per svolgere un suo canto più o meno valido, più o meno corretto, più o meno soggettivo, raramente oggettivo. Poi c’è il critico, invalso di recente, di ordine scientifico (…). Poi c’è una certa critica giornalistica che lega il carro dove vuole il padrone».

Di questa esternazione, che ovviamente prosegue nel virtuoso solco "estetico" della seconda categoria, mi interessano due connotazioni.
La prima è la proporzionalità diretta tra virtù ed oggettività.
Sinceramente ho abbandonato da tempo la convinzione che possa esistere una analisi oggettiva. O meglio che una analisi oggettiva possa condurre ad un giudizio di valore, su uno spartito o su una interpretazione, non "contaminato" dalla soggettività.
La prova della inadeguatezza ermeneutica della analisi oggettiva in campo critico musicale la dà lo stesso Adorno quando, nella Filosofia della nuova musica ed in altri scritti, conferisce valore alla musica attraverso la sua interpretazione sociologica. Il "tipo 1", proprio mentre afferma la autosufficienza dell’approccio "strutturale", deve ricorrere ad altri strumenti per operare un giudizio!
(Tra l’altro anche il Nostro è latentemente "tipo 5": basta leggere la sua Glossa su Sibelius od altri neoclassici per desumere come quanto ascientifica ed aprioristica fosse la sua deplorazione per certa musica!)

Mi confortano le parole di un grande Artista, Andrej Tarkovskij: «Per mezzo dell’arte – scrive – l’uomo si appropria della realtà attraverso un’esperienza soggettiva. Nella scienza la conoscenza umana del mondo procede lungo i gradini di una scala senza fine, venendo successivamente rimpiazzata da sempre nuove conoscenze su di esso che sovente si confutano a vicenda, in nome di verità oggettive particolari. La scoperta artistica, invece, nasce ogni volta come un’immagine nuova e irripetibile del mondo, come un geroglifico della verità assoluta». (tratto da qui)
Anche ammesso che queste parole si rivolgano solo al processo creativo, e non ad ogni processo di appropriazione dell’opera, va da sé come non si possa indagare una sostanza interpretandola secondo una qualità ad essa antitetica. Ammesso che si possa in assoluto farlo, vista la sua irripetibilità.

La seconda considerazione attiene all’aspetto di spoliazione (o presa a prestito) che l’autore dell’opera eternamente lamenta ogni qualvolta non viene osannato.
Questa rugginosa possessività degli artisti a mio parere è ben difficile da conciliare con il processo della esposizione/rappresentazione artistica. Essa non è che una messa a disposizione uno stadio del processo creativo!
Ugo Foscolo diceva ai detrattori più accaniti che se un libro è brutto la colpa è per metà in chi lo scrive, per metà in chi lo legge! Ma la frase, che potrebbe essere retoricamente sovvertita invertendo i due soggetti, testimonia soprattutto questa inscindibilità tra (rap)presentazione e spossessamento da parte dei fruitori, prima ancora che dei critici.

Manco a farlo apposta, Edoardo Sanguineti, ospite pochi minuti fa da Fazio, ha chiosato magistralmente entrambi i punti.
Prima evidenziando come, già nell’ambito della traduzione, «chi traduce Sofocle, per il solo fatto di tradurlo, lo espunge dall’opera e ne diventa lui stesso l’Autore».
Poi, scherzando sulla sua canzone non "approvata" a Sanremo, «chi presenta un’opera deve accettarne il giudizio».
Eccovi l’avallo di sogettività e spoliazione da parte di uno dei Maestri contemporanei.

Allora, chi ha paura del critico lirico? Credo solo chi non accetta giudizi, o chi non ne sa emulare il volo.


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9 Risposte

  1. Premetto che ho letto solo il titolo del post, ma ho subito voluto scrivere un commento. Questo scritto deve essere assolutamente interessantissimo! Appena ho due secondi do una lettura.
    Due brevi riflessioni: sono sempre stato dell’idea che il grandissimo limite del romanticismo sia stato quello di aver inculcato fra i fruitori d’arte l’idea che tutto (o gran parte) debba passare attraverso l’emozione, quando a mio avviso non esiste emozione senza conoscenza. L’arte è faccenda complessa, delicata e altissima e per quanto possa parlare a tutti è impossibile che i concetti passino senza preparazione, soltanto grazie ad una presunta emozione umana.

    In questo senso il valore dell’opera critica artistica è una sorta di lettura ad alta voce di una poesia. Sai, quelle letture che sono talmente limpide, lucide e ben dirette che alla fine anche il XIX canto del paradiso diviene trasparente. Le asprezze, le novità rimangono, ma vengono mitigate, vengono in precedenza gestite, digerite da chi è sicuramente più adatto a noi per leggere certe cose ad alta voce.

    Poi è vero che tutti possono accostarsi a questa poesia e tentare la lettura, anche a mente.
    Ma non mi si venga a dire che questa poi se non emoziona sia per carenza artistica della stessa!

    Eh no, miei cari: l’ignoranza dei fruitori è la prima grandissima carenza che causa da sempre la mala comunicazione artistica. L’emozione passa attraverso la scoperta di cose nuove. Non è che sentendo ligeti la prima volta senti i brividi lungo la schiena (se non accompagnato da Kubrick…), ma attraverso la scoperta della sua biografia, delle sue scoperte musicali, delle sue visioni, delle influenze e delle tradizioni spezzate il tutto cambia, acquista spessore, storia, monumentalità!
    E già questo ti emoziona! E poi arriva la musica, che comprendi pian piano.

    Se ti basi sulle sole emozioni il risultato è l’inseguimento incondizionato di ciò che già capisci e cioè l’esatto opposto della ricerca nell’arte.

    mò leggo…

    yours

    mauro

  2. infatti non voglio negare il valore della preparazione, ma mi sembra che – a differenza dei “lirici”, che sono talvolta spinti a documentarsi – gli addetti ai lavori tendano a creare una casta chiusa alterum non recognoscens.
    Ecco perché la mia esposizione, mi rendo conto, sembra essere una critica totale del tecnicismo.

  3. [alterum non recognoscens] —> altre variabili al di fuori della stessa tecnica.

  4. Ho sviluppato un po’ da me, perchè mi sono venute in mente un paio di cose.
    Ciao 🙂

  5. Finito! Meraviglioso, come già m’aspettavo!
    Hai introdotto delle riflessioni davvero accattivanti e, essendo fra l’altro autore scapestrato e senza pretese di alcune musiche, assolutamente condivisibili.

    Soprattutto per quanto riguarda la spoliazione di sé dopo che la propria musica è stata presentata al pubblico (ludibrio?). Mi sovviene a tale proposito un mio amico che da sempre è restio a fare mostre pubbliche delle sue sculture in legno, proprio perchè geloso dell’emozione raggelata nell’intaglio.
    Quanto a me ogni volta che pubblico qualcosina oppure finisco una delle repliche di un musical, mi serve un pò di tempo per “riprendermi”. In senso letterale: riprendere me stesso e quello che ho lasciato indietro.
    Alla fine di Faust mi sono sentito svuotato per quasi un anno, come se non avessi più nulla da dire. Questo perchè una volta uscito quel cd non era più mio, ma vostro.

    Dopo il debutto di un musical scrivevo così sul mio blog, già due anni fa: “.. poi, giustamente, il sipario s’è chiuso. E in quel momento ho rivisto la vita che avevo lasciato indietro, il cammino che non avevo più compiuto a causa di questo spettacolo. Quanta vita vera c’è nel teatro? Quanto cammino si perde nell’inseguire personaggi esterni a te?
    Solo attraverso un’esperienza di questo genere si comprende la straordinarietà del teatro. Sudore, amarezza, tensione, gioia, catarsi, energie rubate, applausi. Si, energie rubate!
    Quando il sipario si chiude senti che qualcosa di te è morto, qualcosa di te è stato donato e non tornerà mai più. Cogli l’attimo nel quale l’afflato artistico ha soffiato per comprendere che non ti verrà mai più restituito.

    Giustamente.

    Ma ti senti maliconico, semplicemente triste. Ti ritrovi con un quotidiano che è rimasto tale e quale, con un cammino che senza di te non procede.

    Giustamente.

    In fondo l’illusione del teatro tocca prima il teatrante dello spettatore. Sta a lui poi rendersi conto che si è chiamati a rendere conto di chi siamo Noi, non di chi abbiamo interpretato. La vita mi attende e l’ho fatta aspettare come al solito troppo.

    Ma si… giustamente!”

    Il post completo

    Questo per ribaltare dal punto di vista dell’artista la tua domanda sul critico. Io che artista alla fine non sono, ma tento semplicemente di esprimermi come meglio posso.

    Riguardo al “cosa significa essere critico” rimango alla mia idea della “lettura ad alta voce” precedentemente scritta. La quale sarà sicuramente soggettiva perchè è lui a decidere cosa sottolineare con la lettura del testo poetico (restando all’analogia naturalmente).
    E su questo però non condivido pienamente con il professore Sanguineti perchè se è vero che non esiste assolutamente la fedeltà del traduttore, conosco persone che la perseguono come ideale e sfornano quindi traduzioni che mantengono un rapporto preciso con l’originale.
    Cercano per lo meno di essere onestee con l’artista che ha ceduto la sua “emozione ragionata”.
    E qui penso al grande lavoro di traduzione e direzione del doppiaggio dell’amico Gualtiero Cannarsi il quale, con straordinaria umiltà, dichiara che la prima tentazione del traduttore è mettere sé stesso nell’originale per invidia. Raramente infatti un traduttore è artista che sa esprimersi in opere sue. E allora usa opere d’altri. Naturalmente egli parla delle traduzioni cinematografiche, ma l’estensione è fattibile a tutti.

    Questo per estensione potrebbe essere riportato nella realtà dei critici: quanto rileggono l’opera con il loro sentire? quando questo diviene tradimento dell’opera e della carità che l’artista ha fatto?

    Eh si carità. E con questo concludo (finalmente dirai tu): a mio avviso l’arte è “carità di narciso” e cioè un atto di amore di chi è assolutamente egoista. Poi è tipico dell’uomo fare di un atto d’amore un tradimento.
    Ma a mio avviso non è esattamente un comportamento onesto…

    Un bel casino eh?

    Ripasserò appena risistemo le idee!

    yours

    MAURO

  6. Se posso, vi consiglio di leggere questo: che lì si parli di critica letteraria non ha importanza, perché la critica è critica sempre, e certi concetti valgono per tutti i tipi di critica.
    Di quel post mi permetto di sottolineare questo passaggio, che secondo me riassume tutto: “Il critico non è quello che spiega (orrore!) cosa vuol dire l’Amleto, ma quello capace di spiegare perché l’Amleto ha detto a lui determinate cose.”

    Ecco, questo è il critico lirico e questo è, secondo me, l’unico tipo di critico che serva (brutta parola, scusate).
    Perché è l’unico tipo di critico che svolga effettivamente la sua funzione, e cioè non interpretare, cosa che il lettore o l’ascolatatore o il fruitore dell’opera d’arte in genere è perfettamente in grado di fare da sé – e se non lo è, è perfettamente in grado di imparare a farlo da sé. La funzione del critico, dicevo, è appunto quella di dare al fruitore dell’opera gli strumenti necessari per capirla e apprezzarla, per cui certo non si può prescindere dalla conoscenza della tecnica, ma non si può nemmeno degenerare nel tecnicismo, perché è arido. E allontana, più che avvicinare.

    Altra e forse prima funzione del critico, secondo me, è appunto avvicinare alla fruizione dell’arte. E questo io credo che solo il cosiddetto critico lirico sia in grado di farlo. Solo se ti dico cosa sento io avrai voglia di sperimentarlo anche tu.

    Perciò condivido la tua idea che il “tipo 1” tout court in nessun modo possa “convertire” il “tipo 6”.
    [A questo proposito poi, da comune ascoltatrice benché eclettica, ti dirò che la gerarchizzazione di Adorno mi irrita un po’, sebbene ne capisca le premesse – almeno credo. E mi pare proprio caratteristica di un “tipo 5”, fra l’altro].

    Detto questo, solo due parole, da traduttrice de noantri su quello che ha detto Sanguineti: sacrosanta verità. La fedeltà in traduzione è un’utopia, non esiste, e puoi perseguirla quanto ti pare ma tanto nessuno la raggiungerà mai, perché le lingue non sono solo sistemi linguistici diversi, ma anche sistemi filosofici diversi, e quindi mai perfettamente trasponibili. Per cui quando traduci riscrivi, né più né meno.

    Ecco, magari non v’interessava, ma che non si fa per rimandare una “riscrittura” 😉

    Chiedo scusa se ho pasticciato…

  7. onestamente è proprio il concetto di “catalogare” la critica che non comprendo.
    voglio dire: la predisposizione d’animo all’ascolto (e al conseguente giudizio critico) di una musica non dipende solo da come uno si approccia ad essa in assoluto, come l’ascoltatore/critico se fosse una monade senza né porte né finestre come diceva quello (ehm…), ma da tante altre cose tra le quali anche le più cretine, come ad esempio se ho litigato con l’omino che pulisce i parabrezza al semaforo, o cosa ho mangiato a pranzo (la peperonata si ripropone? in questo caso è facile prendersela con il violoncellista…)…per esempio, io sono consapevole che se gerard butler mi citofonasse in questo esatto momento mi sembrerebbe meraviglioso pure michele apicella che dilania “core ‘ngrato”, per dire…

  8. “come se l’ascoltatore/critico fosse” eccetera.

    scusate, oggi sono dislessica.

  9. e, ovviamente, ciò non vale solo per la musica, ma anche per la letteratura, il cinema…

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