un “nano” rispettoso

incredibile, ho trovato una registrazione radiofonica della Ottava di Penderecki, finora inedita in disco.
Si tratta della esecuzione effettuata nell’ambito del Festival Présences, esattamente il 3 febbraio 2006.
Ospite principale della kermesse parigina, attualmente in corso fino al 4 marzo, è il compositore Thomas Adès. L’anno scorso invece toccava al Maestro Penderecki, di cui è stata proposta una vastissima scala di lavori tra cui la integrale sinfonica.
È appena il caso di soffermarsi, amaramente per noi, sul differente stadio evolutivo di un paese in cui alla contemporanea vengono dedicate rassegne così monumentali e qualitativamente di vertice, che per giunta si svolgono totalmente ad ingresso libero. E trasmesse in diretta da RadioFrance, patrona della manifestazione, cui dunque si deve questa primizia.
Eccovene il cast completo: Olga Pasichnyk, soprano; Agnieszka Rehlis, alto; Thomas Bauer, baritono; Europachorakademie; Orchestre Phiharmonique de Radio-France; Krzystof Penderecki, direttore.
La qualità della ripresa è precaria, non per il fruscio ma al contrario per la dinamica molto appiattita, che penalizza il coro e soprattutto la importantissima timbrica orchestrale. Ci si può ben concentrare invece sui cantanti, in particolare sul baritono che, oltre ad essere cronometro alla mano il più impegnato dei tre, abbiamo potuto ascoltare anche al Comunale lo scorso venerdì.
Attendendo che il buon Antoni Wit ponga bacchetta alla partitura e, proseguendo il suo impegno, ci dia una lettura ingegneristicamente appropriata, va da sé che il valore storico del documento sonoro è invece piuttosto importante.

Veniamo ora alle promesse parole sulla sinfonia.
La recensione cartacea (una sola: Moppi su Repubblica) che ho potuto leggere domenica si incentrava in via pressoché esclusiva sull’estrinseco, cioè sull’apparato esistenziale e culturale che il Maestro ha posto alla base della sua riflessione sinfonica.
Accederemo così all’Effimero (Vergänglichkeit), presente nel titolo dell’opera. Cifra della condizione umana, esso si specchia in una serie di testi poetici (Goethe, Rilke, Kraus, Hesse, Eichendorff, Arnim) connotati dalla continua similitudine tra uomo e natura. Principalmente, tra uomo ed albero (o foresta) – sulla scorta della possente apertura della Quarta Elegia Duinese (qui non citata): O Bäume Lebens, o wann winterlich? O alberi di vita, a quando l’inverno?
Conosceremo poi l’impegno concreto di ecologista di Penderecki, che – leggo dall’ottimo programma di sala di Arrigo Quattrocchi – da anni si occupa di un arboreto in terra natia, con oltre mille specie. Una circostanza che viene in particolare evidenza in tempi di allarme ecologista.
Dunque l’apparato teoretico della sinfonia si impone come riflessione sull’individuo e sul pianeta, in contrapposizione a quella eternità non umana che si cela, attraverso la ciclicità, nel reame naturale. Fatta salva la non eternità che l’uomo sta velocemente apportando alla natura stessa coi suoi scelera: "taglia un albero ed una stella cadrà dal cielo", recita un proverbio indianoamericano.

Che dire però dell’intrinseco?
potrei partire da Lina, la moglie del mio "capo", che è abbonata a teatro e che prima del concerto mi disse "non so se resto dopo Schubert", ed invece dopo ce l’ho vista ed anche piuttosto soddisfatta. A dimostrazione che questa musica piace anche a chi, da Brahms in poi, comincia ad avere qualche riserva.
Oppure potrei prendere le mosse da una vecchia intervista (di Alessandro Taverna) per il periodico Musica (n. 160, pag. 14) in cui Penderecki è piuttosto esplicito sul suo stile: «Mi sento più vicino ai compositori dell’Ottocento per quanto riguarda l’idea di musica. Sono un artigiano della musica cresciuto in un’età dove contava forse troppo l’ingegneria. Eppure non si può negare che non abbia guardato al mio tempo, che non abbia preso posizione…».
Se è vero che "siamo nani sulle spalle di giganti", Penderecki è un nano rispettoso, che non rigetta le gigantesche architetture che lo sorreggono – su tutte il sinfonismo mahleriano – permettendosi però qualche alchimia.
La sinfonia appare come una titanica coincidenza di opposti: al grandioso impianto d’insieme fa spesso riferimento l’episodio virtuosistico vocale (soprano e contralto, mentre il baritono ha funzione prevalentemente narrativa lungo tutta l’opera) o strumentale (primo violino, corno inglese, tromba bassa collocata in platea nello stile mahleriano). In questo gioco, la tessitura è cromatica, le cellule sonore si aggregano in strutture gradevoli.
Il coro (del Maggio, che ribadisce la sua eccellenza) è l’affidatario dei perentori aneliti del soggetto recitante, che scuotono nel profondo l’ascoltatore.
Memorabile la chiusa della sinfonia: una lunga legatura ascendente in diminuendo di coro ed orchestra.
Lontana cugina del gigantesco si naturale del Wozzeck (che invece è un crescendo su un tenuto), essa fa sì che il materiale sonoro letteralmente scompaia, venga risucchiato in una dimensione silenziosa, con conseguente smarrimento.

Insomma, una fortunatissima e per me emozionante scoperta musicale. Che quasi mi fa dimenticare come prima ci sia stata la Quinta di Schubert. Gioiellino reso con buoni esiti, soprattutto nei movimenti centrali in cui ha avuto risalto il flauto di Renzo Pelli. Mentre ho trovato il famoso incipit un po’ troppo "tirato via".
Ma la mente era già proiettata nell’aspettativa di quanto vi ho descritto sinora.

Annunci

2 Risposte

  1. Chapeau!
    Chioso solo sul differente stadio evolutivo citato all’inizio.
    Dico solo Martini&Rossi, 50 anni fa.
    Nel nostro caso, d’involuzione si deve parlare e pure brutta.
    Ciao.
    [sto per comiciare la formattazione e questo potrebbe essere il mio ultimo commento, fanne l’uso che credi (smile)]

  2. Grazie grazie grazie!

    Davvero complimenti per la consueta padronanza del lessico, ma soprattutto per le immagini che quest’ultimo riesce a creare nel lettore!
    A questo punto la sinfonia diviene imprescindibile per chi, come me, ritiene straordinarie le architetture sonore mahleriane e prima di esse, come tu richiamavi, i quattro monumenti di Brahms.

    E’ indubbio il gusto raffinato e tecnico del maestro sulla timbrica dell’orchestra, mi sono andato a ribeccare dopo la tua segnalazione i pezzi scelti da Kubrick e… davvero una meraviglia!

    yours

    MAURO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...