Sanguineti e sciovinismo

La musica è tutta relativa, come si vede nelle parole armonizzate e nei canti: tanto più dolce armonia resulta, quanto più la relazione è bella, perché massimamente in essa s’intende: la musica trae a sé gli spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione: sí è l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile, che riceve lo suono.

Eccovi dunque "la recensione dimenticata" alla serata del maggio scorso, con una postilla amara.

A distanza di anni, quello che mi ha colpito della evocazione memoriale (così lui stesso ha definito l’incontro, tutt’altro che la "lezione dantesca" ventilata dalle brochures) che Edoardo Sanguineti ha fatto delle circostanze e delle tematiche di Laborintus II è stato l’ossimoro tra l’aura pacata, la loquela bonaria del nasuto poeta e la fierezza del lavoro iconoclasta e politico su Dante, così ricordato. Erano tempi diversi, era il 1965, e lo sforzo creativo era volto a demistificare il Sommo dalla sua patina eterea, rendendolo "da lirico e statico, romanziere realista e teatrale". Lo stesso progetto fu inizialmente pensato, per la Biennale del 1963, come balletto (dal titolo Esposizione) proprio a sottolineare la teatralità di Dante.
L’attenzione era non tanto per la terminologia e l’alchimia metaforica dantesca, ma per la struttura della Commedia intesa come sostanza drammatica e politica. La rappresentazione divina è funzionale e parallela al messaggio moralizzatore: da non sottovalutare – aggiungevo tra me e me – come i personaggi della Commedia siano tutti riconducibili ad una realtà territoriale piuttosto ristretta, e quando non è così ad un messaggio politico religioso direttamente incidente su questa.
Dante è visto senza mezzi termini come un reazionario, dal Veltro in poi i simboli li sapete anche voi ed il parallelismo Dio-Impero è evidente. Ma anche tematiche come la famosa usura, presa dai versi di Ezra Pound, non devono essere interpretate (come pensavo io) come corruzione del tempo universale, bensì come pratica economica immorale (del tempo passato-presente), ed a sua volta corruzione, ma umana.
Tuttavia il medesimo messaggio politico affonda dentro una congerie di elementi.
Berio stesso, nella sua Prefazione, evidenziava che il tema ricorrente è quello del catalogo, inteso come tendenza onnivora e cieca del soggetto («voglio tutto tutto tutto!»), e della "visione" e "memoria" dantesca come vettoriali al catalogo stesso. Sanguineti lo ribadisce: Dante non è solo la Commedia ma anche la Vita Nova, da cui traggono origine le sequenze oniriche. Ed il Convivio, da cui invece è estrapolato quello splendido passo riportato sopra – il che ci apre ad un’altra suggestione del Poeta, cioè la ricerca continua, lungo il testo, dell’ambiguità del senso, insinuando una "relatività" (molto in tema a manifesto della muova musica) accanto alla, opposta se volete, "relazionalità" intervallare che intendeva Dante. Pensata con in mente il dipanarsi di Purgatorio II, ovvero il canto di Casella.
Altre fonti notevoli cui si attinge sono le Etimologie di Isidoro di Siviglia (catalogo di persone per eccellenza), Eliot.
Quanto invece all’apporto del Poeta, esso è diffuso e autoreferenziale, nel senso che in Laborintus vengono utilizzate anche parti di liriche sanguinetiane precedenti. La più impressionante è la chiusa, presa da Purgatorio de l’Inferno (titolo d’apres Giordano Bruno). A voler significare, chiosa Sanguineti prima che le luci si spengano, che il Paradiso non esiste.

E’ stato un ascolto fruttifero sia per la parte poetica che per quella musicale, mi ha consentito di evincere particolari interpretativi ed esecutivi non sospettati.
L’interpretazione di TempoReale, timbricamente lussureggiante, mi ha colpito soprattutto per ciò che non si può cogliere in disco: cioè che ogni musicista è chiamato a più "strumenti". Il percussionista è anche vocalista, le vocaliste di Synergy Vocals hanno in mano due sticks anche essi percussivi. Mirabili e ben chiare le sezioni jazz e scat, che emergono dalla nebbia interpretativa di certe incisioni. Uniche pecche: forse troppa francofonia d’accenti in alcune parti della performance de L’homme armè, e soprattutto questa volta il tono aulico ed austero del recitare dello stimato Sandro Lombardi mi è parso fuori luogo, quasi uno scoglio indigesto nel mare montante ed indifferenziato della prosa e della musica.

Comunque una serata indimenticabile, che porta un altro spunto: lo spazio della Leopolda era stracolmo, l’età media era 30 anni (!!), la partitura non certo mozartiana è stata ascoltata per l’intera mezz’ora senza un fiato (anche da gente con 189 piercing), con sei chiamate sul palco al termine. Questo ci deve portare a riconsiderare ciò che sbrigativamente si dice della musica contemporanea, che almeno in questo caso ha dimostrato di poter generare eventi di successo, complice di sicuro anche la interazione poetica.

La postilla amara riguarda invece i giorni nostri.
Cercando notizie su Sanguineti, ho trovato un commento di Arturo Diaconale, alias orsodipietra, direttore de L’opinione. Corsivo in cui la legittima vis destruens delle (discutibili) esternazioni del poeta-candidato-sindaco sfocia in una poco elegante patente di cretino sotto forma di domanda retorica.
Lungi da me negare il sacrosanto diritto di critica. Rinuncio perciò a chiedermi – anche io inelegantemente – chi sia Arturo Diaconale per offendere gratuitamente un poeta che l’Europa ci invidia, oltretutto per la sola circostanza che Sanguineti somiglia a quel giapponese nel bunker (marxista) che non sa che la guerra è finita (del resto, anche per questo motivo, non passerà neppure le imminenti primarie).
Ciò che mi delude e dà fastidio è constatare una volta di più come, in Italia, il valore culturale di una persona, e la sua dignità, siano sempre, nel loro riconoscimento, subordinati alla valutazione di schieramento. Come si evince dai toni usati.
Niente di nuovo sotto il sole: ricordo il gridare allo scandalo della destra per il Nobel a Dario Fo, ed il suo antagonista patrocinio di Mario Luzi come poeta cristiano meritevole del premio; ricordo il conseguente, sostanziale menefreghismo verso Luzi della sua sinistrorsa città; fino alla sua nomina a senatore a vita e le conseguenti celebrazioni in pompa magna (di cui ci siamo occupati in diretta), con autorevoli esponenti di sinistra che dichiaravano "vorrei baciare Ciampi per questo". E per gli scorsi novant’anni dove eravate? A chiusura di questo "bel giro" – direbbe un altro poeta, Panella – la ritrovata acredine del centrodestra (sic) su alcune parole di critica a Berlusconi pronunciate dal neo-senatore (a questo punto, apostata?) Luzi.
Questa è una prerogativa per cui invidio i Francesi e vorrei che fossimo come loro. Forse è per la loro innata grandeur, ma i risultati artistici vengono prima delle considerazioni politiche, e queste ultime non sono mai la base dell’ermeneutica culturale o peggio del calpestio della persona.
Di qua da Mentone, invece, ho il sospetto una volta ancora che il modus Apicella sia per l’artista la base per ottenere il minimum standard di rispetto da parte di certa stampa. Che tristezza.

E con questo vi auguro buon weekend.

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2 Risposte

  1. gustosa incursione teatrale alla Leopolda, ieri sera, per fissarsi negli occhi e nelle orecchie quella che il regista Roberto Bacci ha sentenziato essere l’ultima replica in assoluto del fortunato spettacolo tratto dalla piece beckettiana. Causa: scadeMore about this at en attendant Charlot

  2. gustosa incursione teatrale alla Leopolda, ieri sera, per fissarsi negli occhi e nelle orecchie quella che il regista Roberto Bacci ha sentenziato essere l’ultima replica in assoluto del fortunato spettacolo tratto dalla piece beckettiana. Causa: scadeMore about this at en attendant Charlot

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