che movenze, che cori, Seiji mio!

da parte mia archivio questo Elias di Mendelssohn – oggi l’ultima data – come una delle più belle realizzazioni cui ho assistito negli ultimi tempi qui al Comunale. Colpevolmente, lo conoscevo poco, ed è una grave mancanza per una partitura che davvero testimonia una sconcertante maturità di un compositore che, schiacciato da coevi Titani, troppo poco si celebra, e spesso a tappe troppo standardizzate (sinfonie slash concerto per violino slash sogno di una notte di mezza estate).
Cosa mi ha tanto colpito? Per prima cosa il coro del Maggio, davvero pregevole e perfetto già dalla entrée (Hilf, Herr!). La leva drammatica usata da Mendelssohn nel trattamento del coro testimonia della eredità bachiana (non dimentichiamo il ruolo fondamentale del compositore, già da un quindicennio prima della stesura dell’Elias nella renaissance di JSB), ma la tensione dialettica tra coro e protagonisti mi sembra ancora più sviluppata. Frequenti sono gli episodi in cui l’ensemble diretto da Piero Monti (clap clap clap) è chiamato a dinamiche forti (il coro finale è indicato, in Italiano, con furore), e lo fa sempre con grande omogeneità e soprattutto capacità emozionale. "La domanda sorge spontanea": visto lo skill raggiunto, a quando una sistematica attività di incisione?
L’altra polarità su cui è imperniata la serata è, ovviamente, il mercuriale Ozawa, il soffio delle cui frogie arriva fino in quarta fila, dove la mia testa ondeggia alla ricerca delle sue mani. Infatti, per la nota maledizione di bob, il mio campo visivo era vulnerato da una diagonale di dolicocefali, oltretutto seduti sulle punte (urge un comitato anti-stecco-nelle-terga). Fortunatamente ho potuto supplire con un posto più laterale, ma visivamente sgombro, nel secondo atto; apprezzando dunque il gesto di questo direttore classe 1935, che non può non lasciare appagati. Spazialità espressa dalla mano destra – distesa, felicemente orfana di bacchetta; evidente lezione bernsteiniana (è stato suo assistente) nel fare scaturire e trasmettere la ritmica dal tronco reclino e pulsante; si aggiunga anche il pregio di dirigere serratamente coro e cantanti, quando ormai quasi tutti i direttori sono in piena politica nimmgy (not in my mystic gulf yard).
Si discuteva chez GioVit sul valore interpretativo intrinseco; pur nella mia mancanza di riferimenti discografici o di serate presenziate, mi sembra di avere assistito ad una lettura affascinante; certamente Ozawa, dice bene il padrone di casa, ha dalla sua il fatto di averci restituito una "cifra Mendelssohn" ben distinta da tentazioni barocche o wagneriane – e nella partitura si sentono bene, soprattutto nel secondo atto, i momenti in cui si sarebbe potuto sinfonicamente indugiare. La "scelta forte", dunque, a mio parere esiste, e consiste in un affrancamento stilistico.
Brevemente sul resto: buono il cast, in cui nomi e presenze più altisonanti (van Dam, la Stutzmann) vengono a mio parere superati dalla emergente Annette Dasch nella palma del migliore. In particolare il mostro sacro José van Dam, al volgere dei 66, li porta splendidamente quanto a presenza scenica, ma soffre un poco di affaticamento nella grande aria del primo atto; per riprendersi poi nell’Es ist genug, commovente episodio che meriterebbe un approfondimento tematico per la sua essenza di tributo bachiano (è anche il titolo del corale BWV60, che sarà poi citato nel Concerto per violino di Berg. Non sapevo di questo richiamo esplicito dell’Elias: si impara sempre qualcosa).
Minimale la regia di Jean Kalman. Soprattutto, priva di ardimenti e scavo verso un argomento che di spunti ne offre eccome… Elia: "Prendete i profeti di Baal, che nessuno vi sfugga, conduceteli al torrente: che siano uccisi!". Angelo: "Piangano coloro che si sono allontanati da me! Dovranno esser distrutti, poiché mi sono divenuti infedeli". Quanta attualità inesplorata! Sarà la sindrome di Idomeneo. Dissento però con chi (Moppi su Repubblica di ier l’altro, ad esempio) questiona l’utilità della forma scenica: anche una regia all’acqua di rose ha un minimum standard di dinamismo che rende l’oratorio più coinvolgente.
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3 Risposte

  1. recensione straordinaria e ricolma di quell’emozione che la recita ti ha regalato.
    Mi hai incuriosito con la tua proposta di analisi dell’aria es ist genug. E non nascondo la mia ignoranza quais totale su Mendelssohn, anche se riconosco che da più parti oramai si sta compiendo quel passo storiografico importante di rivalutazione e ricontestualizzazione delle sue opere. E si sta ritagliando un posto di primissimo piano oramai.

    E’ ora che riprenda in mano alcuni studi su questo piccolo genio (perchè è innegabile che lo fu, alcuni lo paragonano a Mozart) e recuperare il tempo perduto.

    Grazie per questo articolo bob!

    Yours

    MAURO

  2. Dimenticavo: Van Dam lo ricordo come uno dei più grandi Olandesi volanti che abbia mai sentito. E svettava proprio nelle parti più liricamente intense, negli adagi, nei pianissimi e filati, ma sempre regali e sostenuti.
    Un cantante che non ha mai disimparato la lezione di Mozart. Grande!

    Yours

    MAURO

  3. Bellissima recensione, complimenti!
    Anch’io, come l’amico Mauro, mi dichiaro assai ignorante sull’opera di Mendelssohn, ma c’è tempo no?
    No.
    È questo il problema…qualche volta sono agghiacciato dalla mia manifesta ignoranza, credimi, ma poi mi assolvo benevolmente; non ce la faccio proprio a stare dietro a tutto quello che vorrei.
    Ciao, Bob.

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