esperimento sensoriale

forse il valore aggiunto della serata di ieri era dato, più che dal pur valido concerto, dalla possibilità di esplorare a fondo e gratuitamente il Museo di San Marco dalle 19 alle 22 circa. Io l’ho fatto a rotta di collo, per così dire, nella mezz’ora che andava dal mio arrivo alla prima nota. In tempo per conoscere un’opera che è andata subito ai primi posti della mia Stendhal-classifica: la Annunciazione del Beato Angelico. Qualcosa di assoluto. Uno sguardo, quello della Madonna, ricco di quell’oltre che diviene innocente congiunzione tra mortale ed eterno. Parimenti suggestivi sono gli affreschi delle celle, con grande preponderanza qualitativa del lato "sud" (su via La Pira).
L’altro dato curioso è che l’Ensemble Cherubini era collocato dentro la Sala Capitolare ma le sedie degli ascoltatori erano all’esterno, nel chiostro. Ragion per cui, eccetto gli organizzatori e pochi fortunati, gli altri potevano al più scorgere uno o due strumentisti, dall’angusto imbocco della sala oppure dalle grate laterali.
Io ad esempio vedevo il primo violino Augusto Vismara e, "in prigione", i volti di violista e cellista, che ieri erano Leonardo Bartali e la bella Riviera Lazeri, mentre il secondo violino Miriam Sadun, mio web-content-assistito, era coperto dal muro – ma l’ho salutata poi. Espunto il dato visivo dal campo della percezione, ci si concentrava sulla musica (oltre che sul bel chiostro), scoprendo in primo luogo che il modello acustico creato (camera sonora + sfogo all’esterno) era molto superiore e produceva assai meno riverbero rispetto ai concerti chiesastici (sarebbe stato contento l’americano furente di Orsanmichele).
Quanto alla esecuzione, mi sembra di poter ribadire la predilezione e la verve mozartiana del quartetto: salvo un paio di trascurabili scollature e un ultimo movimento del KV525 un po’ tirato via, dimostrano in Mozart, anche in quello giovanile, molta personalità, giusto approccio dinamico, ottimo equilibrio tra le voci. Meno mi ha convinto Haydn, un poco fuori spirito nei primi due movimenti che avrei voluto rispettivamente appena più rigoroso (benché "allegro spiritoso") e maggiormente leggero ("andante grazioso" appunto) – tuttavia il "presto" finale è stato nitido e pregevole. Infine su Manuel de Sica, la cui partitura "a tema" con la location aderisce ad un impianto lirico semplice semplice – non immune dalle moderne tendenze baltiche – e quindi viaggia verso una scrittura meditativa, di atmosfera, piana, priva di ardimenti nello sviluppo. Con qualcosa in più nella sezione Paenitet fugae che inizia con una perentoria frase del secondo violino, su cui si innesta – nomen omen – un elaborato contrappuntistico di tutti gli strumenti.

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