berceuse du chat

intendiamoci: Daniele Gatti, ascoltato al Verdi, ha stoffa da vendere. Certo, coadivuato da una grande orchestra. Ma il gesto è minuzioso e sicuro, e l’intesa con i musicisti pressoché perfetta, quasi fosse in riva d’Arno in pianta stabile. Due episodi per tutti: un forte dei primi violini chiamato col solo movimento della spalla sinistra, senza guardare – come quando si ha in mano il fante di briscola; ed il perentorio arresto del Sehr trotzig mahleriano (terzo movimento della Nona sinfonia), difficilissimo e reso senza la meno percettibile sbavatura.
Siamo dunque di fronte ad uno dei – pochi – interpreti dei quali possiamo felicemente lasciare immacolata la casella "guai tecnici" e portare la discussione solo sul piano delle scelte. Proprio queste ultime, però, hanno lasciato qualche discordanza di vedute.
Andando in ordine di performance, il preludio del Tristano è condotto fin dall’inizio con una rara lentezza – che appena si stempererà portando avanti le voluttà cromatiche, per ritornare nel finale. Sulle ultime note, entra felpata in scena la bella Nadja Michael: forse salvifica – anche se il Maestro la frena col palmo della mano nell’attacco, che stava per avvenire con un poco di anticipo (fretta di morire? smile). Salvifica perché la necessità di non martirizzare Isotta oltre la istituzionale morte d’amore porta Gatti ad adottare un tempo lievemente più mosso: ne risulta una bella versione del Liebestod wagneriano, caratterizzata da forza e sicurezza nel soprano e fine timbrica orchestrale.
Toccava poi appunto alla Nona sinfonia di Gustav Mahler –  opera grande e dalla complessità affascinante. E’ davvero difficile enumerare le deduzioni – spesso anche antitetiche tra loro – di carattere esistenziale, stilistico, storico-musicale che possono essere assaporate ascoltando questa sinfonia. Peraltro, ed anche a dispetto di questo, così immediatamente accattivante.
Il direttore bolognese ce la restituisce con esiti difformi. Il primo movimento – a mio parere una delle cose più belle scritte in àmbito sinfonico – è un monumentale ed insieme intimistico volo pindarico di mezz’ora sopra una cellula sonora che più semplice non si può: una seconda discendente (mi-re). Si aspettava un sorgere dal nulla del suono, ed invece già dalle primissime trombe – penalizzate certo dall’acustica del teatro che notoriamente porta troppo avanti i fiati – ci si accorge che qualcosa non va. Fuoriesce qualcosa di troppo uniforme, in cui non è più possibile procedere per ossimori, per sfumature. Una sorta di notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere.  E’ difficile, su queste basi, trovare intimità.
Molto meglio i due movimenti centrali – guarda caso caratterizzati da uno sguardo più consistente al mondo di fuori. Si citano rispettivamente un Landler (canzone paesana) e, verosimilmente, l’ambiente cittadino col suo fervore sociale, militare, avanguardistico anche musicale (quanta influenza sul Berg dei tre pezzi per orchestra!). Il tutto con una viscerale ricerca della gioia ma anche con il sarcasmo di chi ha ben presente la realtà del distacco. Gatti scherza, compiaciuto e quasi "viennese", ma sa anche alzare la bacchetta e ritornare al pianissimo quando serve.
Con lo struggente Adagio conclusivo – lancinante, ennesimo Abschied – l’orchestra percorre la sua ricerca della melodia e della rarefazione, chiudendo anche un cerchio programmatico (per la nota citazione del tema della morte di Isotta che ricorre spesso in questo movimento). La maniacale cura di Gatti per la benché minima emissione orchestrale evidenzia il magistero degli strumentisti ma lascia un lieve sentore di retorica.
Alla fine sembra che la lettura di Gatti ci abbia voluto portare fortemente verso l’estrinseco della partitura mahleriana. Un "confesso che ho vissuto" più compiaciuto ed autoassertivo che riflessivo, e nell’adagio finale più lacrimevole che misterioso. Dunque, un surplus di semplificazione.
Nello stesso preludio wagneriano, a ben vedere, la lentezza esasperata non conduce ad una maggiore espressività ma anzi priva di immediatezza la partitura, tutta contrassegnata da una identità amore-morte che – stavolta sì! – è quanto più estrinseca possibile e come tale andava resa sfruttando al meglio il cromatismo di cui la pagina è intrisa.
Nel complesso dunque Gatti tende ad invertire le polarità tradizionali, rendendo cerebrale Wagner e quasi estroverso Mahler. Senza dubbio qualcosa di non convenzionale. Suffragato – facendo i conti – da un esito felice  [ben/solo] nella metà dei casi: nella Morte di Isotta (resa in maniera più convenzionale però), nel secondo e terzo movimento della Nona. Nonché in parte nell’Adagio conclusivo, la cui bellezza in re ipsa impedisce di esacerbare il giudizio.
Critica dunque fifty-fifty con un "più".

A titolo personale aggiungo che erano 18 anni che non ascoltavo Mahler dal vivo. Incredibile. Era il mio primo concerto sinfonico con coscienza e volontà di parteciparvi. Mi presentai in smoking, ero ridicolmente l’unico. Ieri ho visto una persona in smoking, credo uno straniero, e mi è partito l’amarcord. Devo dunque ringraziare tutti gli interpreti per la bella rimpatriata chez Gustav.

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