la Kreme de la Kreme

Contrariamente a quanto si potrebbe desumere dalla lentezza con cui ho predisposto queste note (oltre due settimane dopo), il concerto di Gidon Kremer e della sua Kremerata Baltica è stato come prevedibile un sommo godimento.
Mi ero lanciato su questa data da tempo, ma con la sola consapevolezza del magistero tecnico del violinista di Riga; ne sono uscito con la sensazione di un unicum nel panorama cameristico mondiale.
Il complesso baltico che accompagna Kremer sta allo stesso Kremer come yin sta a yang: la loro combinazione riesce in molti casi a superare il tendenziale carattere monotematico di un(a) interpret(azion)e. La Kremerata è un complesso giovane e bello nelle sue componenti, e soprattutto dalla validissima timbrica, con un riempimento sonoro impeccabile costante e sobrio, mai dozzinale. Forse il miglior suono cameristico, assieme a quello dell’Emerson String Quartet, udito finora. A questo incanto fa da parziale contrappeso una indole pienamente nordeuropea, elegante ma appena un po’ freddina. Ecco dunque che la presenza e la guida di Kremer – canuto sessantenne ma ancora magico e demoniaco, nel tocco e nel virtuoso, come quando le chiome erano bionde e ribelli – infonde quella temperatura e quel mercurio che, combinato con l’ingrediente del gruppo, riesce a dare tantissime dimensioni in più alla lettura musicale.
Si apriva con uno Sostakovic giovanile, quello dei due pezzi opera 11. Giovanile ma propedeutico, già assorto in quelle riflessioni stilistiche che saranno alla base dei primi quartetti (ascoltati proprio dall’Emerson l’anno scorso, vedi indice): fugato, ostinato, frammentazione tematica improvvisamente squarciata da tendenze all’arioso ed al recitativo. Un brano bene eseguito dall’ensemble senza il Nostro, con una notevole attenzione formale ed appena un minimo di sgranamento nell’attacco furioso dello scherzo, dovuto principalmente alla trasposizione della partitura da ottetto ad orchestra d’archi.
Sale poi sul palcoscenico Kremer e prende il ruolo di guida dell’orchestra insieme al violista Daniil Grishin. La musica è quella di Michael Nyman per Giochi nell’Acqua: il brano, Trysting Fields, si scioglie in una serie di seconde, piano piano abbellite verso l’ossimoro di un climax malinconico, nel classico stile del compositore londinese. Splendido lirismo ed interpretazione a tratti commovente. Una delle vette del pomeriggio.
Il più corposo omaggio era però quello a Mozart e – come bene ha notato Rossella Rossi sul Corriere di Firenze, che mi ha in larga parte anticipato – gli esiti sono stati dissimili. Ad una sinfonia concertante (la famosa KV 364 dallo struggente Andante, anche questo utilizzato nel citato film di Greenaway) con Grishin e la (applauditissima) violinista Eva Bindere come solisti abili ed algidi, ma nel complesso non memorabile, è seguito un Concerto per violino KV219 per molti aspetti ideale… Kremer – tornato sul palco dopo l’intervallo e dopo un breve e gradevolmente diafano omaggio a Mozart del compositore Raskatov (5 minutes in the life of W.A.M., appunto) – prende per la mano il suo ensemble e realizza quell’equilibrio che costituisce la sfida mozartiana per eccellenza: unire la sfera celeste ed il motivo popolare, l’austero ed il virtuoso. Ho avvertito netta la sensazione del riferimento interpretativo, della quadratura del cerchio, di un inaspettato confondersi di dimensioni così eterogenee.
Il resto è encore, tripudio, istrionismo puro ed irresistibile. Le variazioni su Happy Birthday, del compositore Peter Heidrich, attraversano umoristicamente alcuni dei più famosi clichés musicali (valzer viennese, tango…. per finire con le czàrdas di brahmsiana memoria), con un Kremer in forma straordinaria. Il pubblico coglie solo a poco a poco, durante le variazioni, la natura del tema, e partecipa divertito ed entusiasta. E’ quasi un rovesciamento programmatico e salvifico della famosa "ora di piombo" della Dickinson: prima un tepore rilassato, poi – sì – lo stupore, ma poi ancora… il visibilio!
Ed è proprio questo, oltre a quello "tecnico", il valore aggiunto di un concerto che ricorderò a lungo: ritrovare la valenza trasversale della musica. La musica come balsamo, la musica come gioco da bambino. La musica che, con tutti i suoi problemi congiunturali, riesce ancora a vulnerare con vari accenti i sensi di chi la ascolta, e – udite udite – a divertire ancora e chi la esegue, suscitando perfino autoironia in lui e quindi in se stessa.

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Una Risposta

  1. E’ questa la notte.
    L’interminabile e sconfinata notte.

    Tutta la linfa del mondo ora scorre inesorabile.

    Dalla stella evocata si ergerà il
    Primo battito di luce.

    Si forgerà di memorabile materia, O
    il suo peso colpirà la mia vertiginosa caduta?

    La febbre decanterà verso l’argine:

    il Confine.

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