glossa sulla glossa

C’è stato un periodo, tra gli anni 80 ed i 90, in cui il nome di Jean Sibelius risuonava dappertutto, in cui i programmi concertistici si riempivano delle sue sinfonie, in cui  non si mancava mai di accompagnare un dibattito o un reading di poesia con un ascolto almeno parziale della sua musica. Faceva molto radical chic.
Fu vera gloria? Nel secolo scorso, Theodor Adorno dedicò a questo compositore finnico una celebre "glossa" a carattere di saggio. Con un giudizio negativo facilmente immaginabile per chi tenga presente la sua Filosofia della nuova musica, con Stravinskij a simbolo addirittura della conservazione!
Nonostante questo stigma, la frequentazione della musica di Sibelius (e di altri quali il danese Carl Nielsen) crebbe. Furono soprattutto le famose interpretazioni di Karajan e Bernstein a dar lustro alle sette sinfonie ed ai celebrati poemi sinfonici, come Finlandia e il cigno di Tuonela.
Sulle letture musicali di HvK e LB si è innestata poi una attenzione interpretativa che ha portato al varo di diverse "integrali". E al formarsi, proprio a partire da esse, di una nuova leva direttoriale "locale", di buona matrice ed alterna fortuna: penso ad Esa-Pekka Salonen, a Jukka-Pekka Saraste, ed altri ancora.
Anche una casa discografica importante quale la svedese BIS ha avuto verosimilmente nella Sibelius-mania l’impulso per crescere e svilupparsi, prima attraverso la pubblicazione dell’opera omnia del Nostro, poi conducendo quella politica di divulgazione di altri nomi importanti del secolo scorso (Alfred Schnittke soprattutto, ma anche Eduard Tubin) che l’ha resa giustamente famosa.
Al giorno d’oggi la moda è pressoché tramontata ed è facile, se si parla di "Sibelius", imbattersi in una conversazione relativa non tanto al compositore, quanto al famoso programma di notazione musicale, che ha un testimonial d’eccezione in Steve Reich. Il quale in occasione della sua tournée italiana se ne è riempito tanto la bocca da originare su IAMC (non ricordo dove) la mitica battuta "ma se Reich per scrivere usa Sibelius, Sibelius per scrivere usava Reich?".

Alle mie orecchie, la produzione orchestrale di Sibelius dà conto di quella malinconica compostezza che spesso si ascrive alla gente scandinava e baltica. Secondo me i lunghi cicli del giorno e della notte hanno qualcosa a che fare con i modi di questo musicista a parte, che rifugge l’espressione serrata come quella esasperata, in favore di una eleganza descrittiva, ma spesso fine a se stessa ed anacronistica, chiusa com’era alle tendenze innovatrici del secolo.
Conoscevo molto meno, invece, la vasta raccolta di lieder (che in finlandese si chiamano laulut), una cui rassegna completa è uscita per la Argo (Decca) nel 1984 e più di recente è stata premiata dalla rivista Gramophone come migliore uscita vocale di quell’anno.
La sto ascoltando in questo weekend. E’ una collezione assai meritevole: più ancora delle inappuntabili voci di Tom Krause ed Elizabeth Soderstrom, qui domina il pianoforte di Irwin Gage. Con una magnifica, ricca soffusione di arabeschi – armonie che catturano immediatamente il gusto, ed immediatamente sembrano volare via, quasi vinte ed in ritirata alla stentorea voce del solista. Soprattutto nelle composizioni fino all’op.38.
Oltretutto riservano anche alcune sorprese: nonostante i tempi diversi, mi è parso di cogliere un notevole apparentamento tra il Viaggio a vela e il tema di Truman Show… vuoi vedere che Sibelius non è solo un software ma anche una banca dati??

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Una Risposta

  1. Io invece, ho fatto un breve (e forzatamente meno approfondito, aldilà delle tua manifesta superiore competenza) excursus sui miei ascolti settimanali, con tanto di classifica.
    C’è Bernstein, come unico collegamento al tuo post.
    Ci sono invece, nella mia mente, i romanzi del norvegese Larsson quando ascolto Sibelius.
    Ciao Bob, buon fine settimana.

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