e il Maestro si spettinò

[ovvero, le promesse parole sul direttore del concerto del 24 febbraio scorso]

con buona pace di chi – e sono tanti – ha in sé un autentico metus novi, gli anni a venire annovereranno Tomas Netopil tra i protagonisti della musica classica orchestrale. Giovanissimo, bella presenza verosimilmente d’impatto sul gentil sesso [fauna di qualità elevata in platea, come raramente si aveva memoria]; a dispetto dell’anagrafe, una gestualità sicura ed una carriera non in rampa di lancio ma direi già in fase di ignition.
eppure, nel coro di elogi cartacei che hanno contraddistinto la sua performance al Maggio, sento che è stato sottovalutato un "pericolo": che la estrema eleganza che il direttore moravo ha evidenziato venga vista come un dato incondizionatamente positivo. Venerdì scorso questo è stato vero fino ad un certo punto.
Nella prima metà del programma, cioè nella lettura straussiana (Don Juan, op.20) e schumanniana (il concerto per pianoforte con Aldo Ciccolini) l’indiscutibile talento del direttore si è orientato verso un taglio antiromantico, antieroico, per nulla enfatico. In Strauss, grande attenzione e controllo per quanto di intimistico e "lirico", soprattutto nella sezione centrale, quando un tappeto cristallino d’archi accompagna le serenate incantevoli degli strumenti a fiato. Stesso dicasi per il cimento di Schumann, dove è apparsa evidente la voglia e necessità di "stare sotto" ad un pianoforte, quello di Ciccolini, dai toni assai soffusi.
Senz’altro una lettura originale e godibile. Mi chiedo, però, se sia pienamente testimone delle due opere in questione.
La prima, comunemente considerata un vertice del tardoromanticismo, nella quale emerge compiutamente una cifra di Richard Strauss – quella di considerare, nell’ambito di una singola composizione, il ventaglio dinamico e orchestrale come un unicum che va sperimentato nella sua interezza, dove ogni singola espressione musicale trova definizione non solo in se stessa ma anche, giocosamente, attraverso il suo opposto; dove dunque – parafrasando un noto spot – la potenza è nulla senza controllo, ma anche il controllo è nulla (o meglio, non è tutto) senza la potenza.
E Schumann? Con volontà aforistica, e dunque un poco di esagerazione, chiosavo nell’intervallo: "un buon Mozart". Limpido, orchestralmente apollineo, e ciò, che è normalmente assai meritorio per la bacchetta – cercare il giusto rapporto volumetrico col pianoforte – qui lo è un po’ meno.
Qui c’è il fuoco, e l’orchestra può e deve stuzzicare l’interprete. Ottimamente, Sergio Sablich indicò la unicità di questo concerto in un "accavallarsi di intenzioni che ne permea la struttura e ne esaspera le tensioni, quasi evitando la risoluzione formale". Le scelte di Netopil, a cominciare dallo smorzando all’interno del celebre tema iniziale, sembrano invece mantenere le venature romantiche sempre sotto un certo regime di giri.

Aspettavo dunque il direttore, dopo l’intervallo, al Ok Corral della Quinta Sinfonia di Dmitri Sostakovic, che certamente non gli avrebbe abbuonato un eccessivo contenimento.
Ed invece la lettura di questo grande affresco, meravigliosa comoedia humana ispirata – circa centotrenta anni dopo – alla Quinta beethoveniana, ha costituito la vetta interpretativa della serata, suscitando grandi consensi e nel sottoscritto un forte senso di appagamento.
L’elemento drammatico e titanico della sinfonia – sia nel dicotomico movimento iniziale, che nel Finale dalla chiusa di chiaro stampo mahleriano – è stato sviscerato con convincente completezza, con alcuni passaggi stretti ed accelerati anche oltre la consuetudine dei grandi interpreti. E con la enfasi gestuale che – finalmente! – ha portato a quanto nel titolo.
Parallelamente, la rarefazione sonora del grande e desolato Largo viene letta in ogni sua sfumatura, con una trama – brava l’orchestra – perlacea e sottile che rasenta il silenzio come espressione suprema dell’angoscia, del dubbio, della domanda che paralizza.
Una interpretazione notevolissima, nella quale permane ed è palpabile la consueta eleganza "occidentale" del direttore moravo, e che dunque si colloca nel filone di alcuni grandi esegeti quali Haitink, Slatkin, in parte Bernstein, piuttosto che nello stream russo di Mravinskij o Barshai, più asciutto e sardonico nel timbro.

Sentiremo molto parlare di questo interprete, sicuramente il tempo lo aiuterà a definire meglio certe problematiche esegetiche di fondo, che peraltro ha affrontato comunque dando l’impressione di sicurezza e controllo di una orchestra – il che è sempre difficile, soprattutto se "abituata bene", a bacchette eccellenti, quale quella del Maggio.

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2 Risposte

  1. Non sono così entusiastico nel definire Netopil il direttore del futuro !
    La lettura di Strauss era molto noiosa nonchè banale: difficile dire qualcosa di nuovo sul DOn Juan, ma devo dire che non ho notato grandi doti.
    Discreta la lettura romantica di Schumann ad onta del pianismo minimalista di ciccolini…
    Su shostakovich non mi pronuncio, perchè autore per me quasi insopportabile !
    Chi ha sentito il suo Mozart non si è esaltato, comunque vedremo.
    netopil mi sembra come il giovane Malusci, ricordi Bob ?
    Saluti
    Duccio

  2. io suonavo la viola e il pianoforte… stupenda la musica classica…:D

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