far le cose (violinistiche) per bene

magistrale (e da encore) la interpretazione della pizza al salame piccante in un poco reclamizzato locale a Coverciano. Provvidenziale per scaricare lo stress post-ufficio l’invito di un mio collega e co-appassionato. Graditissima la conoscenza conviviale del Maestro Capanni, contrabbassista de Gli Archi di Firenze. Che hanno una missione: essere profeti in patria, perché alla loro fortuna come complesso itinerante corrisponde una colpevole mancanza di attenzione della città di cui illustrano il nome.
Alla cara Rosina (ed agli altri interessati) impongo già da ora di andare ad ascoltarli il prossimo 9 maggio a Palermo presso gli Amici della Musica (sarò più preciso in seguito).
Discettando a tutto tondo dello stato dell’arte musicale nonché dei musicisti di pregio che avuto modo di ascoltare più di recente, il discorso è caduto sul capolavoro di Locatelli, cioè i dodici concerti de L’Arte del Violino, di cui i Nostri stanno completando (dopo un lavoro lungo e travagliato) la integrale per l’etichetta modenese Olga records.
L’op. 3, che stamane mi sono un poco rinfrescato nell’ascolto (con Rodolfo Bonucci e l’Orchestra da Camera di Santa Cecilia, cofanetto Europa Musica/Koch International, 350-203), è una testimonianza sconvolgente di virtuosismo: esso la permea e, forse, la rende più ostica alla diffusione su larga scala, assorbendone in parte il fascino ed il respiro armonico. Il primo violino è chiamato ben ventiquattro volte, nei dodici concerti, ad una probatio diabolica della sua tecnica: infatti ogni concerto contiene due cadenze nei suoi movimenti estremi. Ma chiamare questi pezzi di bravura cadenze sarebbe riduttivo: essi, anziché fare da collegamento tra sviluppo e finale orchestrale, monopolizzano totalmente l’attenzione, anche per la loro lunghezza. Pensate che in precedenza la cadenza più lunga era di 64 battute (Tartini) e queste invece spaziano dalle 80 alle 190!
C’è una spiegazione a tanta monumentalità: il musicista bergamasco trasfuse in questi concerti, a mo’ di cadenza appunto, i suoi 24 Capricci per violino solo, che sono il logico antecedente alla più famosa omonima prova paganiniana, completata nel 1817.
Ecco dunque che la simbiosi tra orchestra e solista vede spostato il suo punto d’equilibrio in posizione nettamente favorevole al secondo, interpretando la prima un involucro tematico che funzioni da cornice e da palcoscenico per il trionfo solistico, condotto su asperità hors categorie.
Questo comporta un indubbio fascino immediato ma anche la necessità di autosomministrarsi la titanica raccolta (quattro ore) a piccole dosi giornaliere.
L’ultimo di questi concerti si chiama il Labirinto Armonico, e riprende un genere caro anche al giovane Bach (BWV 591) ed altri compositori sei-settecenteschi.
L’intento degli autori è quello, dopo una introduzione tematica piana e semplice, di stordire l’ascoltatore attraverso repentini ed arditi salti di tonalità ed altri procedimenti tecnici, fino alla risoluzione finale. Ciò è esplicitato dal motto di queste composizioni: "facilis aditus [ / introitus], difficilis exitus".
Bisogna dire però che, rispetto alla composizione per organo di JSB, che deve la sua rinomatezza anche a questo libro, in Locatelli la disinvoltura cromatica passa in secondo piano a confronto di quello che abbiamo già evidenziato, cioè la necessità di trascendere virtuosisticamente. Questo, in ultima analisi, produce straniamento.
Bach invece crea davvero scompiglio e disorientamento, ed anticipa più chiaramente, sia pure in chiave tecnica didascalica e scolastica, ciò che poi nel tardoromanticismo sarà visto come un imprescindibile mezzo espressivo: il cromatismo.
Detto questo, vi invito ad un ascolto locatelliano, essendo assolutamente immeritato l’oblio in cui questo compositore si ritrova.

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2 Risposte

  1. ai suoi ordini!
    sarò in prima fila 🙂
    mc

  2. Ci si diverte da morì qui dentro eh! 😛
    Baci baci bimbo, stai bene?
    P.

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