the Muti insider

scopro (con l’usuale delay da disadattamento) che Vilaine Fille ha linkato le mie scarne sensazioni d’ascolto della prova di Muti; considerato che i tre concerti ci sono già stati ed hanno riscosso il successone che si meritavano, passo a "svelare", regalandoli a Marion ed a voi, i dettagli che mi avevano tanto colpito.

Ho già detto dell’atteggiamento sereno e colloquiale, perfino scherzoso con l’orchestra (ha raccontato un aneddoto divertentissimo su un direttore tedesco alle prese con l’orchestra napoletana, che magari riporto la prossima volta), e mi è stato fatto notare nei commenti che lo iato tra il Muti milanese e quello in riva d’Arno è notevole. Mi era stato accennato anche il giorno stesso, per la verità.
Anche dal lato interpretativo siamo distanti anni luce da quell’approccio sofistico che emergeva da alcune pubblicazioni (uscite l’anno scorso) alle quali si reagì non senza smarrimento ed ironia. Oggi invece le scelte sono semplici e chiare, e le indicazioni discendono di naturale conseguenza.

L’idea-forza è che la partitura di Haydn testimoni una sofferenza di Cristo che è esclusivamente terrena, senza l’alone (e l’ovatta) di una consapevolezza divina, quindi algida.
Ho pensato, divagando come al solito, alla similitudine con un capolavoro di Martin Scorsese, nel quale "la tentazione" assorbe l’intera parabola terrena di Cristo, risolvendosi solo al momento del suo spirare.
Da questa concezione, come dicevo, deriva una piena giustificazione del realismo di certi particolari orchestrali: il famoso pizzicato del Sitio (ho sete) che ripercorre quasi vivaldianamente le gocce d’acqua portate alla bocca del Salvatore. Soprattutto lo sforzando ricorrente sul levare (mi sembra nel Dio mio perché mi hai abbandonato) è visto ed enfatizzato come grido, gemito, testimonianza di dolore umano.
In generale l’attenzione costante è per un colore ed un riempimento che si vogliono per quanto possibile perentori. Chiosata da un "qui suonate come Brahms, me ne frego dei filologi!" e dallo staccato ("Cinque chiodi!!!") carico di drammaticità nel Consummatum est.
Il risultato è davvero notevole.

La più profonda lezione l’ho avuta però dal lato psicologico, comprendendo da un "piccolo" dettaglio come l’arte della bacchetta necessiti anche di una non comune simbiosi ed introspezione caratteriale.
Durante la prova, una prima parte – non dirò quale strumento, ma solo che era in posizione centrale dell’orchestra, "a ore dodici" rispetto a Muti – si trova di fronte ad una quartina, peraltro non perfettamente annotata nella sua partitura (deve trascriverla a matita). Contemporaneamente va operato un forte diminuendo dei contrabbassi (ore tre, lato destro).
I contrabbassi vanno bene, ma il solista è in difficoltà. Perde il tempo sulla prima (il mio accompagnatore lo smaschera subito con un filologico "ma Cristo…!"), stecca platealmente la seconda. La colorazione del suo volto e il brusio degli orchestrali, seccati per dover ripetere un intervallo di battute piuttosto lungo, rendono evidente la tensione. Un altro errore obbligherebbe il Maestro ad una reprimenda.
Cosa succede allora? L’orchestra riprende per la terza volta, ed al momento incriminato, Muti si erge leggermente e sposta il suo sguardo verso destra, ai contrabbassi, dirigendo il diminuendo.
Il sollevamento emotivo fa sì che il solista esegua perfettamente la quartina.

Per queste ragioni e per mille altre potete capire quanto il piacere di assistere ad una prova autorevole sia forse ancora superiore alla esecuzione finale.

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Una Risposta

  1. se l’intento del post (oltre che della preziosa informazione) era anche quello di provocare una leggera (ma mai malevole) punta di invidia… bè.. l’ha centrato in pieno!!!!!!
    :-)))))

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