cineserie

sfornare la canonica recensione della Turandot, che il vostro affezionato ha visionato questo martedì sera, sarebbe un mero esercizio di stile e ripetizione. E’ davvero difficile scostarsi dal giudizio estremamente positivo dato dai più all’indomani della prima, tenutasi ormai cinque giorni fa.
Ed anche se si riuscisse a farlo sarebbe un torto alla moltitudine (recite esaurite) di appassionati che sono usciti da Teatro quasi tutti con aria di sfasamento postorgasmico.
In effetti gli ingredienti per godersela c’erano eccome. La regia le scene ed i costumi, made by Zhang Yimou & crew (regia ripresa da Franco Barlozzetti), sono come è noto datati 1997, ovvero quando lo sfarzo era ancora congiunturalmente possibile… ed il risultato appaga e quasi stordisce, cromaticamente e coreograficamente: se è  impossibile inferire da questo gigantesco apparato qualcosa di diverso rispetto alla interpretazione letterale, favolistica e "Cino-icon-oleografica", tuttavia il naufragar è davvero dolce in questo mare di suggestioni visive.

Ma l’additivo neanche troppo segreto era quel signore sul podio che porta assai bene i suoi prossimi settant’anni, e che ha dato fuoco all’orchestra ed al coro come lui solo sa fare, secondo una lettura in certi punti titanica – archi non sempre in vista nel tema iniziale "del riconoscimento", che sentite – ma con consumata maestria nel trattamento dei cantanti. Del resto Zubin gioca in casa con un’opera di cui proprio lui, ben 34 anni fa, ci ha lasciato quella che per il sottoscritto e molti altri è l’incisione definitiva.
I cantanti. Tributato il giusto merito ad un Giacomo Prestia influenzato (‘un sarà miha aviaria? dicevano le comari dietro di me all’annuncio) ma ugualmente stentoreo e sicuro nel ruolo di Timur, il duetto dei protagonisti ha dimostrato caratteristiche che ben possono essere riassunte dal soprannome che viene dato oltreoceano al Calaf di oggi, Marcello Giordani. Lo chiamano "la voce di Dio". Ebbene, Dio avvolge tutto della sua eccellenza ma alle volte, più o meno sporadicamente, ci fa meditare sulla sua esistenza. Così il registro di Giordani, dichiaratamente corelliano in molte scelte tecniche, mostra invidiabile estensione e tenuta ma una partenza diesel sui bassi, non certo favorita dalla mole orchestrale. Sia chiaro che il suo nessun dorma è stato impeccabile, come pure il famoso do di petto ad nutum ("ardente d’amor") è stato eseguito – e proprio corellianamente, eliminando il "tutta" per prendere lo slancio.
Anche Alessandra Marc nel ruolo di Turandot ha una ottima estensione, e potente a sufficienza, ma una dinamica lunghissima del fraseggio. Sarebbe stata dunque a malpartito in un’aria di sesto grado come In questa reggia, se il magistero interpretativo di Mehta non ne avesse enormemente dilatato il tempo per metterla a suo agio.
La più applaudita della serata, con autentiche ovazioni, è stata comunque la convincente Liù di Norah Amsellem , a motivo fors’anche, come ben spiega Davide Annachini nel programma di sala, di un monopolio timbrico del personaggio, unico votato al dolce ed al limpido in un mondo di "gole d’acciaio".

Ero partito non volendo fare una recensione e l’ho fatta: signo’, sarà l’arteria incipiente…
in realtà un momento più di tutti mi resterà impresso, e di quello volevo parlare.

Al cecidere manus di Puccini, un grande ventaglio bianco ascende al cielo. E’ la vita di Liù ma anche, per un istante di illuminazione, quella del Maestro. Un invisibile e sorridente dagherrotipo che se ne va, trascinato in alto da quella delicata candida cineseria.
Zubin Mehta sospende il battere della bacchetta, e pone il palmo della sinistra, quasi come nel finale della settima elegia duinese, a difesa del silenzio. Pochi – esperti o solo entusiasti non è dato sapere – applaudono; altri – mistici o ignari – li zittiscono.
Sembra che il tempo rifluisca a Toscanini, al 1926, al suo moto profondo dell’animo che gli fece annunciare la morte di Puccini e lasciare il piedistallo.
Poi la musica riprende, nel finale Alfaniano che, grazie allo sfavillare visivo e musicale, pare meno iperglicemico e più sensato del solito.

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16 Risposte

  1. ok.. tanto per porgere una voce contraria. Venerdì 20/01: Regia e scena: assolutamente bellissima anche se.. rispetto al 97 ed al 99.. c’era qualcosa in meno che le dava un piccolo senso ‘claudicante’.. ma questo solo per trovare il pelo nell’uovo. Calaf/Giordani bravissismo, voce chiara, cristallina, piena … Liù/Amsellem.. l’ultima aria bellissima però.. dopo averla sentita, goduta, applaudita .. si dimentica immediatamente quello che si è appena udito. La Turandot/MArc.. bè… è orribile parlare di aspetti fisici (vale la regola della trave e della paglia..) però.. la presenza scenica è tremenda e canta la Turandot con la coloritura di una Brunilde, e Puccini come Wagner e questo .. è un grande errore -e dà molta noia-!!!. Meta… bè, è il nosto direttore .. ma molto molto ben lontano dalla stessa Turandot del 97, l’altra sera cercava gli applausi che gli sono arrivati, degnamente, a cascata. L’orchestra… bè. ha rispolverato tutte le magagne degli archi, fiati e percussioni .. (con un fastidiosissimo effetto eco dei timpani..)Insomma, lì per lì spettacolo bellissimo, a ripensarlo.. una boiata molto kitch

  2. lei un po’ cicciona, non credi?

  3. Puccini come Wagner e questo .. è un grande errore -e dà molta noia-!!!

    questo, almeno secondo me, in Turandot è vero fino ad un certo punto.
    Basti pensare agli appunti pucciniani della parte non orchestrata, in cui nel duetto d’amore appare persino un “come Tristano” piuttosto emblematico.
    Nonché all’osmosi tra ruoli testimoniata in primis dalla Nilsson ma anche significativamente dalla Callas che cantava Turandot agli inizi di carriera
    forse per cantare wagneriano tu percepisci proprio quella lentezza del fraseggio che è propria della cantante…

    quanto all’orchestra una lievissima discrasia tra i gruppi non ne interrompe certo per me il trend timbrico positivo che ho creduto di registrare dal Don Carlo in poi…

    ciao meg

    (Ulisse: la battuta che girava in teatro era che Calaf non dicesse più “ti voglio tutta” ma solo “ti voglio” perché gliene bastava mezza! che cattivi…)

  4. Io la sento, con tutti i limiti del caso, per radio, questa sera.
    Saprotti dire.
    Ciao 🙂

  5. Giordani: verissimo. bravo ma [rarissime] volte sotto l’orchestra nel primo atto (per colpa di chi? fifty-fifty)

  6. ciao amfortas, stasera però il cast è differente…

  7. Oggettivamente il rapporto Nilsson/Callas -Marc è un pò azzardato non credi? a volte tendiamo a considerare il confronto sempre con l’eccelso e mai con una regolare e normalissima professionalità. COncordo sull’orchestra del Don Carlo, ma lì anche il director era di tutt’altro spessore, e che spessore!!!!!!
    Cmq grazie per aver cordialmente valutato le mie facezie..

  8. figurati, anche le mie son dicerie da bar.
    e auguri (un poco anticipati ma senno me ne scordo) 😉

  9. ps il rapporto tra le cantanti non voleva essere di valore ma di repertorio.

  10. e ma allora… sei più strappaplausi di Metha!!!
    :-))
    Chino il capo, in segno di ringraziamento, con un lieve rossore nelle guance..

  11. Bella la parte finale del post. Di Metha ho apprezzato tantissimo l’edizione del 1973 di Turandot e se tanto mi da tanto ti sei visto uno spettacolo sublime!
    Certo il cast era diverso (Ghiarov, Pavarottolo in piena forma, Caballé sublime ecc ecc) ma a quello che dici non c’è da ripiangere molto.

    Grazie anche della recensione “non voluta” ^^

    Yours

    MAURO

  12. Quale finale di Turandot ti piace di più? (magari l’hai anche già scritto…)

    Yours

    Mauro

  13. no beh Mauro, il cast studio di Mehta sorpassa abbondantemente quello ascoltato dal vivo. Quelle erano voci marziane, questa una ottima Turandot umana. 🙂

    quanto al finale, ammiro quello di Berio perché riesce meglio a mantenere una coesione. Sfrondato di retorica, lo scioglimento di Turandot avviene in una sorta di atmosfera cromatica sospesa, onirica, assai poco distinta e perentoria come invece la apoteosi Alfaniana.
    Mi piace poi l’idea di richiamare, anziché il tema trionfale del nessun dorma, il lirismo iniziale della entrée di Calaf e del riconoscimento col padre, quasi a voler ricordare che l’elemento doloroso della storia personale del principe non si lava via con l’amore della principessa di gelo.
    Resta però un gusto personale, anche perché l’indicazione di Puccini nei suoi ultimissimi scritti sul costruendo finale è invece assai incline ad estremizzare l’elemento passionale, come ho potuto leggere anche nell’ottimo programma di sala.

  14. errata corrige: nel finale Beriano c’è anche il tema del nessun dorma, congiuntamente all’altro, ma assai meno pomposo che nel finale di Alfano.

  15. Ricordo di aver assistito alla prima edizione dell’allestimento di Zhimou della “Turandot” diversi anni fa: scene e costumi mi sembravano molto belli e pittoreschi(in fondo, è una favola, non dimentichiamolo…). Ho invece sentito a Radio 3 quest’ultima l’altra sera, e devo dire che anche a me Turandot è piaciuta poco. La parte è difficilissima, la tessitura ingrata,d’accordo, ma la voce della soprano mi è sembrata disomogenea, piena d’aria nel registro basso,con cambi di registro poco eleganti e portamenti ululati..sembrava una voce vecchia, di una cantante a fine carriera. Per non parlare poi della pessima pronuncia. Peccato, davvero, perchè il resto mi è sembrato più che godibile.
    Anna

  16. si si su quella di mercoledì sono d’accordo, una prova non memorabile.
    Non so se hai porto orecchio agli sms di critica che arrivavano ai commentatori di radiotre: pollice verso è dir poco.

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