cher Ludovic

Tra i documentari che non vanno persi, metto sicuramente almeno la prima metà quel "Ritratto di John Eliot Gardiner" in rotazione in questi giorni su sky classica. Con piacevoli ossimori, assistiamo ad una suadente iconoclastia da parte di un manierato inglese a contatto con la sanguigna (storia di) Francia.
La prima parte di questo documentario dà conto delle influenze che la musica francese del periodo rivoluzionario ha esercitato sul grandissimo LvB. Con la sola eccezione del primo – che comunque manca di un apparato critico consono alla sua importanza – compositori come Cherubini, Gossec, Lefèvre, Méhul sono pressoché nel dimenticatoio. Lo stesso Rouget de Lisle è noto oggi solo per la sua Marsigliese.Eppure, mettendo a stretto contatto i loro brani con quelli del sommo, si scoprono clamorosi apparentamenti, in particolare con le sinfonie 5, 6, 7… il giudizio può poi variare dall’"è clamorosamente copiato!" all’influsso stilistico. Non sono ad esempio d’accordo con Gardiner nel vedere un Beethoven quasi amanuense, nel famoso incipit della Quinta, dell‘Inno al Pantheon di Cherubini (1794); anche l’accostamento tra L’Hymne Dythirambique di Rouget ed il finale è piacevole ma prova troppo; mentre più evidente mi sembra la parentela tra il Canto di ringraziamento della Pastorale e l’Inno alla Agricoltura (1796) di Lefèvre; quasi smaccata è infine la vicinanza del ritmo puntato tipico del finale della Settima con il Triomphe de la Republique di Gossec. Riguardo a quest’ultimo stilema, considerato come necessità di trasporre "ostinazione lato sensu dinamica" in un grande affresco tematico, si può dire che fa il paio con la figurazione degli archi nell’Introduzione della settima sinfonia, di cui abbiamo scoperto grazie alla esegesi tantaffettiana tracce anche nel Tancredi di Rossini.
Il fine di Gardiner comunque non è quello di gettare ombre su Beethoven ma quello di ricondurre filologicamente l’asse geografico e ideale della sua creatività ai grandi avvenimenti francesi ed agli aneliti repubblicani e libertari. La quinta in particolare non sarebbe una "epopea dell’uomo" (anche Sostakovic, nella sua quinta, vi trovò ispirazione in questo senso) ma un preciso manifesto politico. Anche questa affermazione può essere dialetticamente discussa, rapportandoci all’Illuminismo ed al razionalismo come comune denominatore di storia francese e Bruderlichkeit beethoveniana.
Quello che mi piace sottolineare è che, al di là di queste querelles che poi riecheggiano quelle tra filologi e anti-filologi, ho scoperto nel Gardiner beethoveniano un – da me insospettato – pregevolissimo interprete almeno della Quinta sinfonia, che ora mi è urgente esaminare in maniera più attenta. La sua lettura focosa ma mai trasandata incontra molto la mia idea di come essa debba venire eseguita.

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2 Risposte

  1. un saluto,davvero soave il tuo blog,bella anche la musica non sono un grande appasionato ma alle volte fa bene sedersi e ascoltarla

  2. grazie, lieto che ti piaccia, mi casa su casa 🙂

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