aviaria permettendo

ieri ho disertato gli spalti del Comunale in protesta per andare al Teatro Goldoni, altro gioiellino architettonico sospeso nel tempo, come La Pergola. In scena Gli Uccelli di Aristofane, interpretati dalla premiata ditta Tiezzi Lombardi & co. Le mie intrusioni teatrali sono rarissime, questa è stata spinta dalla entusiastica recensione nella pagina nazionale di Repubblica, che giudicava l’evento con un raro "da non perdere".
Dopo il Simone Martini d’apres Luzi – straniato cerebrale e, si potrebbe dire, "fatto della stessa sostanza di cui son fatti i dubbi" – visto lo scorso anno, Sandro Lombardi presta la sua figura scarna e duecentesca alla commedia greca, vista significativamente come "dramma didattico".

La dimensione è autentica, e per autentica intendo rispettosa di una nozione teatrale del genere comico perfettamente confacente: la commedia come calderone, o meglio suite a figure eterogenee che deve contenere metafora politica e lazzi corporei, parolacce e sottile indagine. Parola verso e canto, con lo stesso spirito del Wein Weiss und Gesang. Ecco che dunque il testo di Aristofane è rivisitato nella eterna chiave dialettica tra utopistico e gattopardesco, in modo pienamente legittimo.
Ad una prima parte orientata su colori e divertenti bruitages collettivi degli attori, vestiti dei bellissimi costumi ornitologici di Giovanna Buzzi, corrisponde una seconda parte più "politica" e moralistica, pur sempre grottescamente intercalata. In tutte le sfaccettature, la compagnia, dalla spiccata propensione multimediale, va a nozze grazie alle capacità di Lombardi, al canto, a volte "di sequenza beriana", di Clara Galante, all’istrionismo di Alessandro Schiavo e soprattutto Massimo Verdastro. Bravi tutti.
Scelta grafica ovvia, a questo punto, identificare Nubicuculìa con la umanistica città ideale urbinate; scelte musicali brevi e attinenti, richiamate dal musico a pie’ del palco, che vanno dal logico Vogelganger bin ich ja al workin’ class hero lennoniano, uccello ormai (s)vestito delle piume e urbanizzato alla Magritte.
Spettacolo non immediato, non semplicissimo, in cui vivaddio mai sguaiata è la risata. In cui la ricerca occasionale del turpiloquio, nonostante un minimo di  "coatto" sia storicamente fondato, non sempre è appropriata. Ma che alla fine ti lascia una sensazione di intelligenza e pienezza di spunti.
Purtroppo ieri era l’ultima data, ma credo che l’allestimento, visto il successo, avrà modo di essere riproposto nei mesi a venire.

dialogo da salvare:
– POETA : io sono colui che leva il canto di versi dolci al pari di miele, sono il poeta, servo sottile delle Muse, come dice Omero (…)
– PISETERO: Ecco! Anche qui scassacazzi!

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