lombardi buoni, che non prendono gol

eccoci dunque alle mie sensazioni di ascolto sui Lombardi di ieri pomeriggio. E’ stato bello, in una Firenze battuta in lungo ed in largo da una pioggia inusitata (che ha prodotto anche, grazie ad una crepa nella tettoia, il "miracolo" di gocce d’acqua nel deserto del secondo atto), constatatare una grande affluenza di pubblico ed un sincero e copioso tributo di applausi e ovazioni per tutti i protagonisti dell’allestimento, con addirittura un bis in corso d’opera per il famoso coro O signore, dal tetto natio. Tutto questo a sconfessione di qualche riserva emersa qua e là nel cartaceo dei giorni precedenti, e a ridimensionamento di un lamentato fenomeno delle sedie vuote che ieri, almeno per i primi due terzi della platea, non si è proprio visto.
La qualità dell’opera è, come è stato già detto, irregolare, foriera di prelibatezze ma anche di un necessario lavoro a venire per il trentenne Verdi, verso una maggiore raffinatezza, coincisione e compattezza stilistica e drammatica.

Nell’anno di grazia 1843, in cui i Lombardi vanno in scena alla Scala con grande successo, emerge dalla crisalide una cifra verdiana che se da un lato offre ancora qualche latente tributo a stilemi altrui (rossiniani, ad esempio), dall’altro mostra elementi che accompagneranno il Maestro lungo tutta la sua parabola creativa. L’Ave – poi SalveMaria che proprio Rossini adorava non ha nulla da invidiare a quella più famosa di Desdemona; l’insolito vigore che si befferà di Violetta ha un precedente in Oronte; il grido di guerra lanciato dal Coro è crociato prima ancora che egizio. Accanto a ciò, l’unicum nella produzione verdiana del solo di violino, giustamente osannato – anche se a mio parere è giudizio di unicità che va temperato dal violoncello del Don Carlo; un dirompente e sublime utilizzo espressivo del coro; arie di cristallina tessitura e coloratura. Depone a favore dell’audience fiorentina aver saputo cogliere e prestare attenzione a tali spunti anche entro un titolo non certo in fascia alta quanto a richiamo di botteghino.
La interpretazione è stata nel complesso assai positiva ed adeguata.
Iniziando dal cast vocale, di cui già dalle prime recite si è evidenziato il valore, esso si è confermato ottimo, offrendo, a fianco dell’ortodossia nei ruoli comprimari, un terzetto di applauditi protagonisti dalla timbrica superiore. Col suo primo ruolo verdiano, Erwin Schrott corrobora in Pagano la sua "dongiovannesca" estrema consapevolezza di mezzi e già esperta dinamica del fraseggio, ma più dei suoi colleghi deve combattere con un’orchestra impetuosa e "nemica" (vedi sotto). Ramon Vargas ci offre in Oronte una vellutata sicurezza negli esiti, peraltro con un porgere che a volte si vorrebbe meno aggraziato. Ma un plauso particolare, di nuova beniamina in riva d’Arno, è stato tributato con merito alla prima inter pares della serata: la perfetta Giselda di Dimitra Theodossiou, che ha cantato in maniera entusiasmante e, nell’aria Oh madre del cielo mi ha personalmente folgorato nella visione di una vocalità verdiana ideale, proiettando il trasparente registro e la splendida coloratura in auspicati ruoli quali Gilda, Elisabetta, Desdemona.
Anche il coro è stato incensato con merito di ovazioni. Per esso c’è solo da ribadire la continuazione di un trend di eccellenza manifestatosi in tutte le recite più recenti del Maggio, e casomai rilevare come, più che nel bissato coro, la sua resa e la scrittura verdiana abbiano raggiunto il climax in due momenti da pelle d’oca quali il finale del primo atto e la discesa in battaglia dei Crociati.
Roberto Abbado dirige l’orchestra con bella gestualità ed un certo compiacimento che lo porta, si potrebbe dire filologicamente, ad esasperare, anziché comporre "evolutivamente", gli acerbi ossimori della partitura. Il risultato è una lettura che appare come un insieme di belle diapositive sonore senza essere film. Soffrono arie e concertati della parte iniziale, non certo agevolati dalla dinamica concretamente scelta nei forti: poi, in concomitanza con una maggiore felicità dell’autore, tutto va migliorando. Importante forse per la affermata bacchetta, che già si esibì al Comunale in Attila e che aspetto al varco di Schumann, una maggiore frequentazione e simbiosi con la delicata acustica del teatro fiorentino e della sua orchestra, che rispetto alla brillantezza assoluta di esiti timbrici in Tosca e Boris mi ha lasciato una lieve ma definita sensazione di stasi. Entusiasmante "senza ma e senza se", come anticipato, il solo dell’ormai "storico" primo violino Yehezekel Yerushalmi.
Proprio in chiave evolutiva vorrei timidamente spezzare una lancia a favore del bistrattato Paul Curran, il cui allestimento scenico non mi ha assolutamente causato traumi. Il dato letterale e librettistico, nelle parole di Giselda, legittima in pieno questa trasposizione contemporanea. La regia ne insinua a volte gli eccessi e le imparzailità (già citati nelle anteprime recensorie); interpreta, adatta, indispettisce o scalda. Davvero, anziché discutere su Guantanamo, avreste preferito una asettica puntata di History Channel?
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4 Risposte

  1. inappuntabile come sempre; tutto ok?, bacio, g*

  2. Glossa su Dimitra Th. Dal suo sito leggo come sia già lanciata come Elisabetta di Valois e Desdemona, mentre la sua Gilda sia ancora unperformed.
    Altra nota verdiana che mi era sfuggita è che sarà proprio lei, in tre date, ad alternarsi con Mariella Devia come Violetta nella Traviata a cavallo tra novembre e dicembre. Per me, che ho già ascoltato Devia nello stesso allestimento in aprile 2000, è una valida e tentatrice opzione.

  3. [come al solito i tag mangiano i commenti] nel sito clikkabile al commento sopra si legge come la Theodossiou sia già lanciata in Elisabetta e Desdemona, con ottimi esiti critici. Gilda invece è ancora da venire.
    Altra nota verdiana che avevo scordato è che sarà proprio Theodossiou, in tre date, ad alternarsi con Mariella Devia in Traviata, tra novembre e dicembre. Per me che già ascoltai Devia nello stesso allestimento nell’ aprile 2000, è una validissima e tentatrice opzione.

  4. Ecco fatto, pure io (e scusate il ritardo, come diceva quello.).

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