Verde aprile, lieto maggio

ho il piacere e l’onore di pubblicare un racconto di Chiara Prezzavento – che ha partecipato al terzo concorso stagionalia ed è compreso nella antologia omonima – con un cappello scritto apposta per questo umile blog (wow). Come già scrissi, mi colpì per "affinità elettiva" e piana felicità narrativa. Grazie a Chiara (email per contattarla) e a Eiochemipensavo che ci ha messo in contatto. Buona lettura.

*   *   *

In genere non scrivo racconti.
Scrivo romanzi storici: il primo, “Lo Specchio Convesso” è uscito lo scorso anno, il secondo, “Gl’Insorti di Strada Nuova”, è in via di pubblicazione. E tuttavia, talvolta ci sono piccole storie che chiedono di essere narrate in poche pagine, storie che, non importa se coprano un pomeriggio d’inverno o una vita intera, stanno tutte in una mano.
E’ andata così con Curzio e la sua carriera di baritono, e per di più, trattandosi di opera, le mie perplessità di fronte alla forma del racconto non hanno resistito a lungo.

Benché Curzio Bergamini sia della materia di cui son fatti i sogni, “Verde aprile, lieto maggio” è in parte una storia vera. Una storia sentita raccontare, una storia un po’ triste. Margherita Benetti, di cui ormai nessuno ricorda più il nome, era cresciuta in un paesino della provincia di Mantova, aveva cominciato una carriera di soprano lirico e poi, quando era alla soglia del suo lieto maggio, le promesse del verde aprile andarono disattese. Il mio mentore operistico conosceva bene Margherita. E’ stato lui a raccontarmi la sua vicenda da cui, col tempo, è germogliato questo racconto.

 

Chiara Prezzavento

Verde aprile, lieto maggio

Curzio era il quarto figlio dei Bergamini. Gente importante, perché possedevano un’osteria con locanda e stallaggio nel paese, che era sì una frazioncina, ma aveva un mercato di tutto rispetto, una fiera dei cavalli e una stazione del tram.
Essere il quarto fu la gran fortuna di Curzio: per l’osteria, la locanda e lo stallaggio c’erano già due fratelli e una sorella senza grilli per la testa e quindi il padre non ebbe obiezioni a che lui, che era sveglio e aveva una bella voce, non solo continuasse le scuole, ma studiasse anche la musica con Don Anselmo, il curato diplomato in organo.
Curzio non aveva né attitudine né pazienza per il pianoforte e meno ancora per l’organo, ma solfeggiava come un angelo, cantava in chiesa a tutte le feste comandate e credeva che quella fosse tutta la felicità del mondo. Anche i genitori e i fratelli erano soddisfatti in pieno. Erano buona gente senza invidie e senza ambizioni: si dicevano l’un con l’altro che il ragazzo, con i suoi studi, avrebbe tenuto i conti dell’osteria e continuato a cantare la domenica. La madre si avventurava a pensare che col tempo, magari, sarebbe diventato maestro del coro parrocchiale, ma questo era già un gran volo di fantasia, e ai Bergamini erano risparmiati i rovelli che certo avrebbero avuto se Curzio avesse mostrato un’indole artistica o anche solo ombrosa. In realtà il bambino era sano, allegro, bianco e rosso che era un piacere vederlo, correva per i campi, andava per more nei rivali di gelso altrui e, nelle liti con i coetanei, aveva spesso la meglio perché era robusto e risoluto.
A undici anni, in premio per avere passato l’esame di Quinta, Curzio fu portato all’opera in città da una zia. Già il viaggio in tram, il castello sul lago, la piazza enorme circondata di palazzi erano parsi a Curzio delle meraviglie stupefacenti, ma ancor nulla in confronto al teatro tutto marmi, specchi e dorature e quando su, su in cima alle scale con la guida rossa, sporgendosi dal parapetto del loggione vide l’enorme sala in penombra, il soffitto dipinto e tutta quella gente che parlava a mezza voce, il bambino fu sul punto di farsi il segno della croce come entrando in chiesa. Poi, quasi subito, le luci si spensero, dall’orchestra si levò un’onda di suoni senza melodia che mandò i brividi lungo la schiena di Curzio, poi ci furono degli applausi, il silenzio e finalmente la musica. Musica viva, che veniva da tutte le parti e da nessuna, che faceva vibrare il pavimento di legno sotto i piedi di Curzio, ben altro che l’eco sommersa di fruscii e crepitii nei dischi di Don Anselmo! Col cuore che batteva da scoppiare, Curzio vide il sipario di velluto aprirsi scorrendo come se fosse portato dal vento, e rivelare l’interno di un’osteria, meravigliosamente finto come le figure di un libro, e un uomo grasso seduto a tavola con un tovagliolone bianco al collo. Tutti cantavano e non si capiva molto di quel che dicevano, ma, soprattutto il pezzo in cui c’erano le fate, era così bello da non poterlo quasi sopportare. Trasognato, perduto, con le guance in fiamme, mentre la zia sonnecchiava accanto a lui, il bambino bevve avidamente la storia dell’uomo grasso a cui giocavano una burla scaraventandolo nel fiume in una cesta per i panni.
Quella notte, Curzio non chiuse occhio. Non aveva coscienza di avere preso una decisione: gli pareva di avere sempre saputo di voler cantare l’opera, di non avere mai voluto altro nella sua vita.
Qualche giorno più tardi, tornando alla sua lezione di musica interrotta per una chiamata, Don Anselmo trovò il suo allievo, con le caviglie intrecciate attorno alle gambe della sedia, occupato a cantare, sforzandosi di far la voce grave:
Quando ero paggio del Duca di Norfolk
Ero sottile, sottile sottile! Ero un miraggio!
Vago, leggero, gentile, gentile, gentile!
Quello era il tempo del mio verde aprile,

Quello era il tempo del mio lieto maggio…

– Ohi, Falstaff! –rise il curato- Guarda che quello lì non va mica bene, per la festa della Madonna! –
Curzio arrossì fino alle orecchie, anche perché con Don Anselmo c’erano il campanaro e la perpetua Egle, i due pettegoli più pettegoli del paese. Tempo una settimana, e per tutti, compresi i barcaioli del fiume, Curzio Bergamini era diventato “al Fastaf”.
Ma ci furono anche altre conseguenze, perché da allora Curzio non ebbe più in mente altro che l’opera, con una caparbietà che colse di sorpresa tutta la famiglia. Il padre fu categorico: un conto era avere una bella voce, ma di maestri di canto e di teatri non c’era nemmeno da parlare.
Nonostante tutte le sue proteste, Curzio fu iscritto alle Commerciali e, più degli scapaccioni, a ridurlo all’obbedienza fu la minaccia di sospendere anche le lezioni con Don Anselmo. Dopo un primo trimestre disastroso, Curzio si adattò malvolentieri alla computisteria e al francese, con la vaga speranza che, se si fosse impegnato molto, suo padre avrebbe potuto ripensarci, e prese l’abitudine di sgattaiolare al teatro ogni volta che poteva, per assistere di nascosto alle prove d’opera.
A tempo debito il vecchio Bergamini si vide tornare a casa il figlio minore col diploma e con la voce che di giorno in giorno si cambiava in un gracchiare ineguale, del tutto inadatto ormai anche per le messe cantate ma pronto per tenere i conti dell’osteria. Illudendosi con la beata facilità con cui s’illudono i padri, che l’età delle smanie per la musica fosse passata, lo mise al lavoro e non ci pensò più. Non sapeva che il ragazzo spendeva i suoi pochi soldi in biglietti di loggione e che, mano a mano che la voce gli si faceva più grave, si esercitava da solo e di nascosto.
Quando ebbe sedici anni, una domenica pomeriggio dopo i vespri, Curzio andò da Don Anselmo e gli cantò Di Provenza il mar e il suol, senza accompagnamento e con un gran sfoggio di effetti che aveva sentito dal loggione e copiato meglio che poteva. Si capisce che non la cantò granché bene, ma il curato dovette restarne abbastanza impressionato, perché lo afferrò per un braccio e se lo trascinò dietro fino all’osteria, dove si chiuse in salottino con i due Bergamini e disse loro chiaro e tondo che il loro figlio aveva una gran bella voce ma se la stava rovinando da solo, e che l’unica era metterlo a lezione da un maestro vero e proprio. L’oste fece fuoco e fiamme, la moglie dell’oste gioì in silenzio e Curzio cominciò a prendere lezioni dal maestro Venanzi, in città, tre volte la settimana. Il maestro era esigente, avaro di complimenti, e chiamava Curzio “Agricola”, senza che il ragazzo capisse il perché. Aveva anche una figlia di nome Gabriella, ma Curzio la vedeva poco perché il maestro si era accorto che, quando la ragazza era presente, il suo allievo campagnolo perdeva l’uso della ragione. Il maestro Venanzi si prese il suo tempo, prima di pronunciarsi, poi annunciò che si poteva far qualcosa e che la voce era di baritono.
– Da cantare il Falstaff, allora? –domandò Curzio, arrossendo di piacere.
– Ma va’ là, il Falstaff! –sbottò il maestro, divertito quanto sorpreso- Pensa a lavorare duro, che del Falstaff ne riparliamo fra vent’anni! –
E Curzio lavorò duro, perché finalmente aveva qualcuno che gli insegnava davvero a usare la voce e che gli faceva cantare le arie d’opera invece dei canti di chiesa. Anche a casa si esercitava in continuazione, da solo e con Don Anselmo, e d’estate la gente passava apposta sotto le finestre aperte per ascoltare “al Fastaf” che cantava. Lavorò tanto duro che, a diciannove anni, il maestro lo iscrisse a un concorso importante a Milano.
Il giorno della proclamazione dei vincitori, tutto il paese era riunito dentro o davanti all’osteria dei Bergamini, che avevano anche il centralino, ad aspettare la telefonata. Quando la Gabriella Venanzi chiamò per dire che Curzio aveva vinto il primo premio ci fu un gran boato per tutta la piazza e, al suo ritorno a casa, il vincitore trovò una festa sul prato della fiera, la giunta comunale al completo ad accoglierlo e degli articoli sulla stampa locale che parlavano di lui come del “baritono Curzio Bergamini, promessa della lirica italiana”.
Curzio, per fortuna, non perse la testa perché ce l’aveva ben salda sulle spalle. Il premio del concorso consisteva in una borsa di studio importante, e il vecchio Bergamini poté cominciare a vantarsi con i commercianti di cavalli e coi padroni delle chiatte di quel suo figlio che studiava canto a Milano, coi maestri della Scala. Col tempo vennero le prime particine, in teatri secondari dapprima, poi via via sempre più importanti perché, a detta di quelli che se ne intendevano, il giovane Bergamini prometteva bene. Quando Curzio cantò Don Carlo nell’Ernani alla Scala, la rappresentazione fu trasmessa per radio, e di nuovo tutto il paese si riunì all’osteria attorno all’apparecchio dei Bergamini. La madre e la sorella della celebrità piansero per tutto il tempo, e il padre non fu da meno, al pensiero del suo ragazzo che cantava nella radio.
– Al Fastaf! Al Fastaf! –esclamavano tutti ogni volta che una voce maschile attaccava, e se non ci fosse stato Don Anselmo a indicare quando era proprio Curzio, nessuno avrebbe riconosciuto in quella voce profonda, color del legno di noce tirato a cera, che cantava di cimbe natanti e bronzi ignivomi, il ragazzo che, quando non era a Milano, teneva i conti dell’osteria per suo padre.
Quella, in qualche modo, fu l’apice della fama di Curzio in paese. Dopo, anche quando cantò Amonasro ed Ezio, e li cantò in giro per l’Italia, e i critici parlarono di “verdiano robusto e genuino”, la gente non rimase più impressionata come quella sera, quando lo avevano sentito per radio. Quando incise O de’verd’anni miei in disco, e i Bergamini comprarono un fonografo apposta per ascoltarlo, quando fu scritturato per cantare Ezio a Barcellona, in paese furono più intimiditi che altro. I più, Barcellona non sapevano nemmeno dove fosse. Ciò non impedì che, quando Curzio venne a cantare al teatro in città, ci fosse tutto il paese, distribuito tra platea e loggione, a spellarsi le mani: erano sempre orgogliosi della loro celebrità, ma pareva loro di averlo perduto. Quella sera c’era anche la Gabriella Venanzi, più bella che mai, ma sposata a un ingegnere. Un anno dopo, anche Curzio si sposò con la figlia di gente del paese emigrata a Milano, e da allora all’osteria non lo si vide quasi più. Quasi nessuno si accorse di un’altra scrittura a Barcellona per Valentino del Faust, che forse non era parte per lui, e dell’intervista in cui, al giornalista che gli chiedeva quale ruolo ci fosse nei suoi sogni, rispose senz’altro Falstaff. E allo stesso modo nessuno badò che piano piano il nome di Curzio Bergamini sbiadiva dai cartelloni, recedendo in ruoli sempre più marginali e in teatri sempre meno importanti, come quelli di tante altre promesse disattese…
Nessuno in paese pensava più al Fastaf Bergamini quando, una domenica pomeriggio, il figlio del medico condotto che studiava a Milano, lo incontrò sotto i portici della Scala, e faticò a riconoscerlo, tanto era ingrassato e stempiato.
– Fastaf… Curzio, ciao! –salutò il ragazzo- Cosa fai di bello, vai a sentire la concorrenza? –
Curzio sorrise un po’ di storto e, con le mani in tasca, accennò con la testa al cartellone della pomeridiana del Rigoletto affisso a una colonna.
– No, sai… -mormorò imbarazzato- sento se per caso hanno bisogno. Quello che canta Marullo non sta bene, e semmai mi chiamano. Non è una gran parte, però… Ciao, eh? Stammi bene. –
E, girando le spalle al ragazzo allibito, Curzio si allontanò, le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile.

Quello era il tempo del mio verde aprile, quello era il tempo del mio lieto maggio… -canterellava tra i denti.

© Chiara Prezzavento, Mantova e http://www.stagionalia.it. Tutti i diritti riservati.

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