Bayreuth ferale!

Insomma, non sembra che la settimana wagneriana 2005 sia entrata con prepotenza tra le cose da ricordare.
Amfortas ha già detto la sua nei commenti al post precedente. Giorgia è ancora in esilio mediatico, in più alle prese con un nonno Melot/Klingsor che le boicotta preterintenzionalmente gli ascolti. Però, tranne il Tristano, si è sorbita praticamente tutto. Mi manda una recenSMSione cumulativa che riporto qui: Bayreuth 2005. Olandese volante imbarazzante. Tannhauser fiacco. Parsifal approssimativo. Gli interpreti hanno lasciato a desiderare in tutti e tre i casi. Boulez: una mezza delusione.

Io ho ascoltato come sapete un’ora dell’Olandese. Prosaico e macchinoso. Ieri mi ero equipaggiato per il Parsifal – immediatamente dopo il Preludio, sono arrivati parenti e amici che non vedevo da decenni (doh), e quindi niente da fare. Spinto dagli alerts messaggistici di Giò (ululati anche qui, dopo il secondo atto, ma credo soprattutto rivolti al regista che ha reso – sembra – il Monsalvat una sorta di sobborgo) ci ho dato su e ho accettato un invito per Hedwig alla versilianaIl protagonista Misasi, attorialmente molto bravo, era giù di voce – influenzato e giustificato… Che vi ho fatto, Muse? – ma poi si è scaldato ed alla fine lo show è stato gradevole. Aggiungere la prospettiva quattrocentesca creata dai pini che circondano il teatro, l’Orsa maggiore che svettava solitaria sopra la scena, quasi il cielo avesse maramaldeggiato su un soffitto viola che no, non esiste più. Grazie forse anche ai riflessi cloro-elefantini di chi mi stava accanto.
Tornando al Vorspiel di Parsifal, se lo possiamo disgiungere dall’opera, direi che non mi ha fatto recedere dalla mia fede Knappertsbuschiana. Per me vale la definizione dell’autore: Parsifal è azione scenica sacrale. Io interpreto questo sacrale come statico, vedrete poi in fondo il perché. Ogni tentativo di accorciare l’agogica per dare più freschezza dunque si scontra in me con la coerenza ideologica "autentica" dell’opera. Amo Knappy (1951) per la sua ieraticità e Herbie (Karajan) per il suo colore. E quando ho sentito dal vivo Jim Conlon staccare il coro finale del terzo atto in due minuti e poco più, ho reagito maluccio – in cartaceo – staccandomi violentemente dal plaudente contesto generale.  Stante questa barriera nell’approccio, devo però dire che almeno nel Preludio la mano felice (Die gluckliche Hand) di Pierre B. io la ho avvertita eccome, nel trattare con sapienza e senza traumi la fusione dei gruppi orchestrali.
Chiusura salace. Scambio di messaggi durante l’introduzione critica che precedeva la diretta radiofonica. Un commentatore indugia per dieci minuti buoni sull’onomastica e le sue fonti. E’ Par-si-fal o Far-si-pal? Vista la levità dell’apparato e l’evidente funzione di incentivo al radioascolto, con 40°C all’ombra, scrivo a Giò e la invito a telefonare in diretta proponendo Par-di-pal. Lei glissa e se la prende con la frase "Qui il tempo si fa spazio" : mantra del perfetto commentatore di Radiotre, da ripetere almeno 200 volte. Fuori della sua ironia, credo non abbia tutti i torti nessuna delle parti in causa. Il rapporto tra tempo e spazio è importante nel Parsifal, come lo è in ogni vicenda umana e musicale. Ne ho scritto qualcosa anche parlandomi addosso, andate a vedere nell’indice dei migliori post. Casomai la peculiarità di quest’opera, che non so se è emersa, è per me il rovesciamento del loro rapporto, cioè la ricerca della sospensione del tempo attraverso la dilatazione dello spazio. Una  proporzionalità inversa che si riscontra in altri capolavori quali le sinfonie di Bruckner, l’Ave maria di Verdi, l’Ave verum di Mozart, Lux aeterna di Ligeti. Così alcuni grandi maestri tendono a sussumere il sacro, che per definzione prescinde dal tempo, all’interno del fatto musicale. E creano la mia sensibilità interpretativa che mi forza a privilegiare le versioni "lunghe".
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Una Risposta

  1. ‘sera, sono momentanamente a Roma. Giustissima l’osservazione su spazio-tempo, il problema è che quando i commentatori di radio3 ripetono lo stesso concetto per duecento volte si rendono un cincinìn noioso. ma giusto un pochettino, eh?
    😉
    domani torno in esilio, abbracc’.

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