andiamo ai campi

Non sappiamo più leggere i libri importanti, gli alberi, l’acqua, un campo di grano. Usiamo le parole, ma hanno perso il significato delle cose. E abbiamo perso il senso delle parole perché non conviviamo più con l’oggetto che le ha determinate.
Questa bella frase di Ermanno Olmi campeggia sul blog di Ilaria, e mi sembra rappresentare in pieno quello che provo leggendo certe poesie, anche molte delle mie. Un senso di parlarci addosso. Un senso di "Edipeo enciclopedico" da settimana enigmistica. Parole che si specchiano in loro stesse e crescono abnormi come neoplasie.
Attraverso l’haiku si esplica il mio personale senso della impersonalità, come una valvola a pressione. Quando il dire e il dirsi sono troppo forti, attraverso l’haiku io scompaio. In un mondo popolato da aspirazioni e sovra-strutture, il poetazzo imbraccia la via della terra.

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3 Risposte

  1. secondo il mio adorato scataglini (di cui ho messo la poesia tuto è corpo d’amore), il poeta è colui che trova “la via dritta che va dal core al detto”.
    sono d’accordo sul recupero del legame intimo tra la parola e la cosa. che poi in quello spazio di assenza abbocchiamo come consumatori, ci facciamo beffare come esseri umani, perdiamo il senso delle cose, della vita, dei nostri stessi sentimenti. non sappiamo cosa sentiamo. ci accontentiamo di sapere cosa dovremmo sentire e peschiamo parole a caso per raccontarlo, quelle più usate, in modo da non distinguerci. da essere come gli altri. da non avere dita puntate addosso. da rientrare nella comunità.
    anch’io sono affascinata dall’essenzialità degli haiku, difficilissimi. affascinata dalla loro immediatezza e capacità di cogliere e trattenere un’immagine quasi epifanica.
    spero che tu stia bene.
    noce

  2. E’ che le parole alle volte non hanno corpo…
    http://factory.splinder.com/post/5341758
    Capisci?

  3. ciao Martina e grazie per la visita…
    vedi io mi trovo in un momento dialetticamente opposto alla frase di Leskli. Forse è un momento, forse una necessità. Sento la pesantezza delle giunture verbali, la sento nel 95% di quello che leggo in rete, mi sembra che questa pesantezza gravida di parole sia una moda come gli infradito, e non creo nulla anzi voglio scomparire, rivendico il diritto di osservare scomparendo dinanzi alla natura. Un po’ come Heidegger che dopo aver signoreggiato parole e senso pagava sul finire della vita i boscaioli per vederli lavorare, in silenzio, fumando la pipa.
    Questo è ovviamente un personalissimo punto di vista, che non pretende di essere verbo incarnato (altrimenti non sarebbe nemmeno coerente con se stesso!)
    un saluto.

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