Schubert e i moti dell’anima

ecco finalmente, a 11 giorni di distanza (record negativo), le impressioni d’ascolto sul duo Severi/Trebbi.
Con la mia consueta dabbenaggine, ho involontariamente interrotto il Maestro Marco Severi mentre, dopo il concerto, esponeva questa considerazione: la musica deve rappresentare i moti dell’anima…
Ciò non toglie che il concerto tenuto lunedì sera in Orsanmichele abbia saputo comunicare non solo grande spontaneità ma anche la sensazione di un approccio molto meditato alla partitura.

Due solisti giovani, il citato violoncellista Severi e la pianista Paola Trebbi. In particolare per il primo è viva l’aneddotica per la quale "tale" Zubin Mehta, durante la recente tornée asiatica dell’Orchestra del Maggio, lo abbia espressamente voluto e sostenuto come solista, in sostituzione di "altrettale" Mstislav Rostropovic, impossibilitato a partecipare… E’ fama, quella che lo precede, meritata per la bella timbrica dello strumento, ben coadiuvato per tutto il concerto da una Trebbi leggerissima nel tocco, quasi in venerazione verso la tastiera – e per questo vincitrice rispetto ad una acustica notoriamente penalizzante per il pianoforte. Si snodano così, all’insegna del virtuosismo cellistico perssoché puro, pagine quali le variazioni su "Une larme" di Gioacchino Rossini, e la polacca op. 14 di David Popper. Più equilibrate tra forma e respiro espressivo le composizioni di Schumann (Adagio e Allegro op. 70), e Bloch (Preghiera, offerta come dis-teso encore).
Ma la interpretazione di gran lunga più raffinata è quella proposta all’inizio, vale a dire la sonata in la maggiore D.821 di Franz Schubert, nota a tutti come "Arpeggione" dal nome dello strumento (a metà tra chitarra e violoncello, che fu in voga solo per pochi anni) per la quale fu composta. Schubert è qui nella sua piena maturità stilistica, in un anno – 1824 – in cui videro la luce altri capolavori da camera, uno per tutti il quartetto "La morte e la fanciulla".
E’ opera emblematica del mondo di Schubert, in cui il rigore formale si appoggia ad una trasparenza intima senza pari; correlativamente, dal lato dell’esecutore, in cui il controllo assoluto della forma pretende una resa fresca vivida ed immediata dell’idea musicale, e viceversa.
Il duo interpreta questa pagina con grande intensità e con grande coerenza con l’assunto citato: per modo che ogni dettaglio espressivo, nella sua spontaneità, richiama indissolubilmente profondo studio e capillare riflessione. Un esempio è la marcata attenzione al carattere ascendente della dinamica attraverso gli snodi tematici della frase: ciò conferisce alla pagina una connotazione psicologica che rende peculiare Schubert rispetto a Brahms, nella comune cornice malinconica. Lì, dove la frase si dipana più uniforme, respiriamo tormentata e matura accettazione; qui in Schubert, insistenza che significa pur sobrio (leopardiano?) struggimento, presentimento, vittimismo legnoverde.
Una lettura di classe, soprattutto nell’ottima resa dei primi due movimenti.
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