talor dal mio forziere

Il mio occhio sulla città è vigile, però di bradipo. Me ne sono reso conto passeggiando nel sole pesante in Santa Croce verso l’ufficio, appena uscito da questa mostra ad ingresso gratuito che avrei dovuto segnalarvi sin dal suo inizio, quasi un mese fa. E che non va persa, anche se (sperando in una proroga) termina domenica 29 pomeriggio. Tra l’altro ero anche invitato alla sua inaugurazione ed ho barattato la cultura con un piatto di lenticchie… in riva al mare. Ma vi rivolgo un ultimo appello: GO. Andate, magari sabato o domenica mattina, all’apertura delle dieci, quando sarete pressoché soli. Come ho fatto io ieri, rimanendo stupito dal contrasto tra l’antistante clamore circense della coda agli Uffizi, di mimi e madonnari, e questa isola quadrangolare che è la prospicente Sala delle Reali Poste (ad ingresso autonomo, tranquilli niente coda).
Entrati, vi avvolgerà un senso di straniamento dal quotidiano. Da lontano vedrete, dopo un breve corridoio, una stanza piena di teche con gigantografie sovrastanti – in mezzo alla sala, il manichino con addosso il costume della Medea del 1953 al Maggio, realizzato da Lucien Coutaud. Un salto dimensionale, un’astronave con creature in forma di gemme, in un sonno criogenico baciato da luci mai più che soffuse… in sottofondo, la Pazzia di Lucia o il primo atto di Tosca
Sospesi così nel tempo, potrete ammirare per prime le creazioni costumistiche e scenografiche di Vagnetti, Savinio, Coltellacci – i cui bozzetti riempiono discretamente gli interstizi di una scena che però è presa integralmente dai gioielli e dalla persona della Divina.
Gioielli. Le creazioni dell’atelier Marangoni (acquisito recentemente da Swarowski) vanno percorse clockwise, in senso orario da ore sette in avanti. Cominciando dalla Gioconda dell’Arena di Verona (1947) per terminare agli anni ’60 con la cosiddetta crisi vocale. Unico sfasamento cronologico, all’altra estremità, l’Elena dei Vespri "fiorentini" del 1951 con Eric Kleiber, presentata per ultima.
I gioielli sono stati creati da firme illustri, tra cui un giovanissimo Zeffirelli regista di un Turco del 1955. Quelli che mi sono piaciuti di più sono il pendant di gigantesco rubino per la Traviata di Parma (1951), la corona del Trovatore del 1953 e, soprattutto i tre splendidi collier di pietre verdi e azzurre realizzati da Nicola Benois per l’Anna Bolena del quattordici aprile 1957.
Ma la visione dei gioielli è inscindibile dalle foto giganti che li sovrastano. E la sinestesia tra la pietra e l’incarnato scenico della diva, immortalato dall’obiettivo, è fondamentale.
Contemplerete così queste creazioni figurandovele indossate da una donna, e dal suo corpo. Un corpo forse all’inizio non infelice, ma ghermito ed inseguito dai riflettori. Un corpo capace di pascersi, agli esordi, in una robusta tessitura cui fa eco una tranquilla pinguedine – Abigaille oppure l’improbabile Kundry-odalisca del Parsifal romano. Poi, al salire delle acclamazioni e delle attenzioni, un corpo nemico di se stesso che si sottopone ad una dieta degna di Mengele per entrare nei vestiti di Amina, La sonnambula del 1954, praticamente una contadinella anoressica, di puro spirito e canto, come la volle Visconti che nel grande e virtuosistico finale dell’opera la inondò di luce fino a farla scomparire, implodere nella sua etereità. Son questi gli anni della grande vocalità della Callas, ed anche la sua figura si raffina smussando i suoi spigoli, per arrivare al 1957 in Fedora, Ifigenia in Tauride e soprattutto nella già citata Anna Bolena diretta da Gavazzeni. Maria qui è bellissima, irresistibile, da morirle dietro – capace di affettare un uomo con uno sguardo di tre quarti prima ancora che coi suoi salti di ottava. Infine, l’abbraccio del Poliuto tra un Franco Corelli all’apice del suo gladiatorio splendore, quasi un Johnny Weissmuller italiano, e una Callas dismessa, con acconciatura da segretaria milanese del boom economico. Che trasuda avvisaglie di infelicità.
”La sua anima ha creato la sua voce, e il suo viso è il ritratto della sua anima. E con questo, in un certo senso, è detto tutto”, ha detto di lei Eugenio Gara.
Già. Collegando vestigia, volti, portamento e figurando le varie vocalità, ho capito che la Callas ha incarnato un eterno femminino esistenziale e psicologico prima ancora che canoro. Nella sua parabola terrena vedo quella di molte donne, amiche che conosco ed ho conosciuto. Dietro la sua voce multiforme e dal timbro bruno e nervoso c’era, appunto, un’anima: persona capace di essere estrinseca fino al parossismo, viziata e sprezzante in pubblico, forse anche buona nel suo interno, di certo quasi mai contenta di se stessa; crudele verso quel buon diavolo di Meneghini – che ad ogni ruolo nuovo in repertorio le regalava un gioiello – perché crudele verso Maria Kalougeropulos. In questa sua inquietudine, che sia sottesa a crudeltà o magnanimità, quella della Callas è in gran parte, come titolerebbe Erica Jong, la Ballata di ogni donna.

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3 Risposte

  1. mi sembra “quasi” di esserci stata!
    🙂

  2. beh, sì, in effetti, ci siamo *quasi* stati:
    io: andiamo a vedere la mostra dei gioielli di scena della callas?
    voi: uhm…naaaaaaaaaah.
    🙂

  3. Tempo fa, “Panorama”, settimanale esecrabile, allegava degli splendidi volumetti monografici su alcune personalità del secolo scorso; ovviamente non mancava Callas.
    Le foto sono straordinarie e dicono di più su Maria, all’osservatore attento, di mille colti elzeviri.
    Ciao Bob, buon fine settimana 🙂

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