le violon trascendente

Stendhalizzáti. Questo il neologismo per descrivere lo stato d’animo degli astanti dopo la performance di ieri sera – per il programma dei "Solisti Fiorentini" – del duo “Consonanza”, ovvero Ladislau Pietro Horvath, primo violino del Maggio, e la fiorentina Elisabetta Sepe, giovane ma già affermata pianista, con all’attivo tra l’altro vari inediti discografici donizettiani per l’etichetta Bongiovanni.
Il programma è idelamente diviso tra una prima parte, di maggior impegno esegetico e più bilanciata tra gli interpreti, ed una seconda metà in cui il violino di Horvath, un Gabrielli toscano del secondo seicento, sale in cattedra grazie al virtuosismo insito nelle pagine scelte.
Per iniziare, la sonata “Primavera” (n.5, op.24) di Beethoven, opera molto frequentata e popolare, non per questo di facile interpretazione. In questa accattivante partitura datata 1800-1801, l’estrema cantabilità dei temi principali, primo tra tutti l’Allegro iniziale, si accosta ad un’altra caratteristica ben evidente, vale a dire la simmetria pressoché perfetta tra il materiale tematico dei due strumenti, che rimbalza specularmente dal violino al pianoforte e viceversa. Questo mi suggerisce una lettura che ben si adatta alle caratteristiche degli esecutori di stasera: quella di un contrasto dialettico tra istinto e razionalità. In Horvath, dalla tecnica cristallina ed indiscutibile, ho a volte riscontrato un temperamento che precorreva le giuste dinamiche: così ad esempio in un concerto mozartiano, il kv 216 ascoltato nel marzo 2003. Ebbene, se possibile in un artista della sua levatura, l’ho trovato più maturo e consapevole nell’approccio alla pagina e nella dinamica in fraseggio, senza perdere nulla nel perseguimento dell’espressione. Il suo violino è un vitale zefiro primaverile che dialoga con un pensieroso pianoforte, quello di Sepe, appena penalizzato dall’acustica della chiesa, ma lodevole nella ricerca di una timbrica morbida e rotonda, suasiva: in una parola, meditativa. I risultati sono ottimi, soprattutto nell’Adagio molto espressivo, reso con adamantina misura.
Col breve Scherzo in do minore (1853) di Johannes Brahms ci spostiamo in avanti di mezzo secolo, verso un’atmosfera ciclotimica, un cielo scuro con squarci. Lo scherzo è stato concepito per una sonata a sei mani (Brahms, Schumann, Dietrich), dedicata all’amico violinista Joseph Joachim ed intitolata “Frei aber Einsam”, libero ma solo. In questo slogan c’è tutto lo scherzo, in cui una corrusca inquietudine avviluppa un trio disteso. L’interpretazione va nel senso di esasperare i vari stati d’animo anziché comporli; esecutivamente parlando, abbiamo apprezzato la nostalgia elegiaca, autunnale del trio centrale, che ha forse bilanciato un attacco non troppo chiaro del discorso tematico iniziale, peraltro difficile perché giocato in forte su entrambi gli strumenti.
Dopo l’intervallo, come detto, il pianoforte riveste con intelligenza la parte di deuteragonista, e l’equilibrio dinamico si sposta tutto su Horvath: il programma prevede musiche di Fritz Kreisler (eccelso violinista, non a caso) – prima con le più celebri melodie (Liebeslied Waltzer, Schön Rosmarin), affrontate per il loro valore estrinseco ma senza facile  retorica, poi col virtuosismo crescente delle pagine spagnoleggianti,  trascritte (Tango di Albeniz, Danza di Granados) oppure originali (Malagueña, La Gitana).
In mezzo, forse il culmine della serata: quel Nigun (dalla suite Baal Shem, dedicata alla madre) di Ernst Bloch che costituisce uno dei cavalli di battaglia di Horvath, e che a differenza della esecuzione solista dal vivo del 2003 viene affrontato col provvido accompagnamento del pianoforte. Un pezzo di bravura strabiliante, a carattere di angosciosa improvvisazione, in cui la trama tematica si ispessisce via via in stretti improvvisi che ricalcano il soffermarsi della mente su un dolore – ed in cui quindi la padronanza tecnica e timbrica del violinista di origine rumena emerge perentoriamente e rimanda ad una figura ideale di grande virtuoso ottocentesco.
Generosi gli encores, all’insegna della musica francese (con un pensiero alla grande attrice di prosa Grazia Radicchi, presente in sala ed incantata dal Bloch di Horvath, che accompagnava con un "divino!" ad ogni scala impervia): la Serenade di Boulanger e la Meditazione dalla Thaïs di Massenet [quest’ultima familiare agli insonni come me per essere la sigla di RAI Notte] scorrono via col loro lieve e semplice, soffuso e fragile lirismo.
Una serata di non comune intensità e qualità, pienamente recepite dal pubblico, come dimostrano la dozzina di chiamate lungo tutto il programma, e la finale standing ovation per i due artisti.

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Una Risposta

  1. ciao molto interessante la tua critica da intenditore sei un musicista ? io suono in quartetto d’archi e tra qualche giorno andro’ in toscana(Montisi) a fare un masterclass di musica da camera con Pietro Horvath, Roger LOw e Bruno Giuranna da quello che dici dal suo modo di suonare credo sarà una bella esperienza .
    del resto che ami la musica si vede sfacciatamente

    ps ho un blog anche io Quartetto bazzini.splinder.com

    a presto

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