parafrasi e peccati.

Stefano Massaron, scrittore quotato e splinderiano, esce con un racconto inedito (almeno credo) all’interno di un blog molto frequentato. Sfidando le mie riserve mentali, non posso resistere alla tentazione di recensire quello “stralcio” di musica classica che è l’incipit della sua prova, più che la sua prova stessa. A maggior ragione visto che, per un fortunato caso del destino, ieri mi sono riletto, e consiglio a tutti di farlo, una vera blogstar ante litteram in materia, Thomas Mann. Le cinquanta pagine del Tristano – libro di una sera – mi hanno convinto che nessuno ha mai scritto di musica come lui, nessuno lo farà mai.
Incidentalmente, E e Tristano trattano entrambi, con tassi secretori diversi, di amore  e voluttà. E di trascrizioni pianistiche. Beethoven-Liszt per Massaron, Wagner (che fu trascritto anche lui da Liszt) per Mann.
Lasciando da parte un infruttuoso percorso tra diverse tinteggiature dell’amour fou, rese non miscibili dal passare degli anni e dei costumi, cosa ci dice il raffronto tra i due? Che la funzione della musica si è spostata da principio creativo a presupposto narrativo.
L’analisi anche superficiale non può non mettere in rilievo come Mann punti a formare un reflusso di sinestesie partendo dal dato interno della partitura, dilatando le sensazioni uditive in quelle percettive, fino al rapimento ed alla perdita dell’identità del sé e dell’altro da sé. Una traduzione letterale e tipografica del cromatismo musicale wagneriano, che mai come nel Tristan und Isolde campeggia nel trattamento dei temi. Del resto, senza voler togliere nulla a nessuno, Mann era squisito critico musicale.
Di Massaron invece (ma è una critica che potrebbe essere allargata ad altri scrittori) non ci piace, all’opposto, l’aver piegato la classica a nozionismo, ed a preliminare del nucleo. Non fa presa questo riferimento Beethoveniano-Lisztiano, perché ci sembra uno sfoggio di cultura fine a se stesso e slegato dal resto del racconto. Sono stato, nei commenti, crudo col pianismo di Leslie Howard, trattato come un Horowitz dai due amanti (“lo riconosco subito… certo, chi volevi che fosse?”), molto al di là dei suoi meriti, che per me sono non tanto quelli tecnici quanto quelli di avere registrato l’integrale Lisztiana per Hyperion. Poi l’ubiquo Glenn Gould (chi non lo ha mai tirato dentro al suo scrivere scagli la prima pietra), con due o tre aneddotiche inflazionate. Infine la citazione dell’entrata baritonale. Fine.
Una sensazione che la classica non venga privata del suo cellophane, e che sia un mantra altezzoso, parallelo e mai intersecantesi col vissuto dei protagonisti, casomai con la loro spocchia. Tanto per dare all’accoppiamento (o affini) una etichetta di accoppiamento regale, colto.

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8 Risposte

  1. ho letto il racconto:
    ho pensato subito a “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj…sembra quasi la sua versione caricaturale! 😉

    P.S. Non capisco lo snobbismo degli amanti: riconoscono Leslie Howard e trovano insopportabili le sonate di Mozart…mah!

  2. beh, credo che forse si riferisse al Mozart di Gould. Che in effetti non è un gran che, Schiff lo definì in un’intervista addirittura “criminale”.

  3. a proposito di Tolstoj, mi hai fatto venire voglia di rileggermelo. Eseguo, con ancora il Don Giovanni di stasera in testa.

  4. correggo, è come dici tu. E’ solo Gould che glielo fa piacere, Mozart…
    ?!?!?!? vabé.

  5. ciao, sono lucki. volevo chiederti.. se uno volesse approcciare la musica classica, da dove potrebbe cominciare? grazie per i suggerimenti, buona giornata

  6. ciao lucki e grazie, hai fatto la domanda da un milione di dollari, per risponderti creerò un post ad hoc che sto faticosamente elucubrando. a presto

  7. Ciao Bob, ero in giro (Torino, Bologna) e ho visto soltanto ora la tua segnalazione a questo commento. Che dire… condivido. Mi spiego meglio: nulla da eccepire sulla tua analisi (fermo restando un certo qual mio imbarazzo nel vedermi accomunato, anche soltanto nell’incipit, a Thomas Mann:)). Leslie Howard non è un pianista eccezionale, e Glenn Gould (che invece amo molto) è trattato superficialmente. Quindi, no comment da parte mia sulle critiche che muovi alla parte musicale del racconto (equivale a un assenso).

    Ma, secondo me, ciò che ti è sfuggito (o che hai volutamente tralasciato) è che si tratta, appunto, di un racconto. Che, per motivi blogg-istici, doveva avere una durata assai breve, tenendo conto della brevità dell'”attention-span” di chi legge a schermo. Di qui la riduzione nozionistica di Glenn Gould: è assai più facile e immediato arrivare al lettore con quelle caratteristiche da “personaggio” che a Gould ormai sono universalmente riconosciute (senza contare che l’accenno alla maschera antigas mi forniva un perfetto “gancio” narrativo alla maschera di latex). E, sempre narrativamente parlando (come d’altra parte tu stesso affermi) i due protagonisti *sono* snob. Il loro snobismo è fondamentale ai fini del racconto stesso, visto che i due si situano in un contesto e mettono in atto pratiche che, a torto o a ragione, vengono riconosciute come “raffinate”. L’accenno a Leslie Howard era proprio inteso in tal senso.

    In ogni caso, ho apprezzato molto il tuo intervento, trovandolo molto acuto, e non posso non ammettere che mi ha fatto riflettere. Da grande appassionato di musica quale sono, non ho potuto non pensarci e non farmi un esame di coscienza. Il risultato di questo esame non mi è ancora chiaro, nel senso: se da una parte giustifico narrativamente ciò che ho scritto (e, sempre narrativamente e per i motivi anche di “brevità forzata” di cui sopra, credo lo rifarei), dall’altra mi rendo conto che forse ci poteva essere un modo migliore per trattare la parte musicale che fa da contraltare alla pratica erotica sottesa al racconto.

    Quindi ti ringrazio per il commento e la critica, come sempre utile quando costruttiva come in questo caso, e ti invito a proseguire, quando e se se ne presenterà l’occasione, il discorso sulla commistione tra narrativa (evito a proposito il termine “letteratura”) e musica.

    Un’ultima nota: la considerazione del protagonista sulle sonate di Mozart non è narrativa, è proprio specchio del mio gusto personale: non le ho mai sopportate, né da Horowitz né da Eschenbach né a dir la verità da nessun altro; quando le ho ascoltate (ascolto preceduto da molta diffidenza) nella Glenn Gould Edition mi sono commosso fino alle lacrime. De gustibus. 🙂

    Grazie ancora e spero a presto.

    Stefano

  8. Grazie a te Stefano, in fondo sei tu che hai messo la materia narrativa, senza la quale ogni critica non ha ragion d’essere.
    spero che potremo scannarci amichevolmente su qualche argomento musicale dietro un boccale di birra, prima o poi.
    pertinenti le tue repliche, salvo il fatto che, qualunque sia la dimensione e il taglio da te scelto, continuo a percepire come “pregiudiziale” (in giuridichese) il dato interno del tessuto musicale e del suo trattamento.
    Del resto mutatis mutandis si potrebbe dire che le cinquanta pagine di Tristano, rispetto alle mille della montagna incantata, lo rendono una sorta di “post da blog”, no?? 🙂
    saluti.

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