congenialità interpretativa

Memore di uno splendido esito vivaldiano, che recensii in cartaceo ormai due anni or sono (primavera 2003), ho cambiato i miei programmi per poter assistere, martedì scorso, alla esecuzione di tre concerti brandeburghesi di Johann Sebastian Bach da parte dell’Orchestra da Camera Fiorentina, diretta da Giuseppe Lanzetta.
Nonostante il repertorio della compagine e del suo mercuriale direttore sia vastissimo, anche per la ormai venticinquennale presenza sulle scene, credo che il meglio che possano offrire sia dato da quelle partiture che riescono in sé a contemperare una certa austerità con la naturale espansività del direttore campano, forzandolo in qualche modo ad un fruttuoso compromesso. E’ il caso di Vivaldi, sia nelle Quattro stagioni (che amo, appunto, austere e un po’ fuori moda rispetto alle ultime tendenze), sia in alcuni concerti ispirati molto a Bach, quale l’undicesimo dalla raccolta L’Estro armonico, che Lanzetta e la sua orchestra resero in modo raffinatissimo.
Ed è il caso dei Concerti Brandeburghesi di Bach, nei quali la ricchezza del tessuto contrappuntistico – progressivamente più carico dal primo all’ultimo della raccolta – si integra alla perfezione con l’eleganza ed il gusto a la page, di corte, richieste dalla destinazione nobile di queste sei pagine che furono dedicate al Margravio Cristiano Luigi di Brandeburgo – appassionato musicofilo – con una lettera del 1721.
E’ un Bach ancora, come talora scrissi, in fase onnivora, attento alle tendenze ed all’eclettismo prima di rifugiarsi progressivamente in una fase massimamente astratta. La sua musica richiama un tale numero di suggestioni e sinestesie, di sguardi a terre a tempi ed a fragranze anche opposte tra loro, da essere tessitura, patchwork si direbbe, che sorregge l’interprete e gli conferisce in sé un poliedrico equilibrio.
L’orchestra e le sue prime parti restituiscono questo bilanciamento in maniera esemplare soprattutto nel Quinto concerto brandeburghese, eseguito a metà concerto tra Terzo e Quarto. In esso il tessuto della piccola orchestra (il “ripieno”) rimane magistralmente leggero ed avvolge le trame solistiche di Marco Lorenzini al violino, Paola del Sordo al flauto traverso e Mara Fanelli al clavicembalo, chiamata questa nell’Allegro iniziale ad una gigantesca ed impervia cadenza di 68 battute che Bach stesso, normalmente più propenso ad esibirsi come violista da gamba, soleva eseguire. I due Allegri estremi circondano, come movimento intermedio una squisita Sonata a Tre tra i virtuosi citati.
Altrettanto memorabile, con qualche punta d’impeto in più, la esecuzione del Terzo e del Quarto concerto della serie. Il Terzo vede il violino di Lorenzini accompagnarsi con altri due consimili, e tre viole, tre violoncelli, violone e clavicembalo. Lorenzini si comporta molto bene nel breve e virtuosistico movimento intermedio, e la più ridotta compagine è da Lanzetta depurata il più possibile da una naturale e grave preponderanza nel fugato dei violoncelli che la partitura presenta. Il Quarto concerto, nuovamente più “grosso” per il ripieno orchestrale, vede oltre ai tre solisti del Quinto anche il flauto traverso di Stefano Margheri, con scelta quindi antifilologica: a differenza del Quinto, ove il traverso è “prescritto” dall’Autore, il Quarto dovrebbe vedere due flauti diritti. Il dialogo dei due flautisti tra loro e col violino è serrato e delicato e l’andamento orchestrale li segue anche con episodi caratteriali ma senza mai sopravanzare.
Una eccellente performance bachiana che conferma la congenialità dell’Orcafi e del suo direttore al repertorio protosettecentesco.

 

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2 Risposte

  1. adoro i concerti brandeburghesi …

  2. Ma è veramente bravo questo direttore

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