secondo giorno – Andras Schiff

Domenica sera il pianista Andras Schiff ha proposto agli Amici della Musica l’ultimo dei suoi recital beethoveniani, esaurendo il ciclo delle 32 sonate con quattro opere datate tutte 1800-1801. Ero molto curioso di ascoltare Schiff dal vivo per una sorta di feeling negativo che serpeggia nei suoi confronti, ove spesso gli si imputa una certa freddezza e assenza di sentimento.
Esauriamo rapidamente il lato tecnico della interpretazione: siamo di fronte ad un grande esecutore, dotato di morbidezza a profusione ed in possesso di una tavolozza di sfumature davvero assai estesa.Due a malapena percettibili distrazioni (una lieve dissonanza ed una semicroma saltata su uno stretto dell’Adagio della Pastorale) non inficiano certo questo giudizio. Detto ciò, è più interessante parlare dell’approccio e dello sguardo interpretativo a questo Beethoven, che secondo Schiff va ad esaurire il suo primo periodo pianistico proprio con l’ultima delle sonate ascoltate stasera.
Azzardo troppo nel dire Beethoven “classico”? Assolutamente sì, perché di momenti di libertà formale e di originalità “sperimentale” ce ne sono tanti. Ma è indubbio che la lettura dell’artista ungherese va tutta in senso decisamente opposto a qualunque retorica o iconografia. Un Beethoven asciutto come pochi, incline alla esaltazione del ritmo, dell’ostinato e dello staccato: e grande è il lavoro di corpo e nitidezza discorsiva della mano sinistra. Un Beethoven avverso al rubato ed al legato fuori copione… ma con almeno una pagina in cui si spiegano le vele del sentimento, come vedremo.
La prima metà delle sonate proposte – n.12, op. 26; n.13, op. 27 n.1 (“Quasi una fantasia” come la più famosa gemella) ha un denominatore comune proprio nell’asciuttezza ricercata dello stile e nella grande enfasi della dialettica tra ritmo e scioglimento delle tensioni.
Viene molto in rilievo quanto sempre Schiff afferma in un’intervista acclusa al programma di sala: c’è per lui una piacevolezza dello sperimentare e del conglomerare, nel Beethoven di questo periodo. Un caleidoscopio di fragranze stilistiche che non possono prevalere una sull’altra in fase esecutiva: di qui la tendenza a concedere pari spazio a ritmo e sospensione di esso nella cantabilità, per esempio.
Il risultato è affine a quello – illustre – di Wilhelm Backhaus, ma spinto ancora più oltre nella enfasi dell’ostinato e nella limitazione del pedale, nonché delle pause d’espressione. E’ comune ai due pianisti il rigetto di ogni tentazione romantica nell’eseguire il terzo movimento dell’op. 26 – la “Marcia funebre sulla morte di un eroe” che tanto affascinò Chopin.
Con la sonata n.14, op.27 n.2 notiamo come Schiff dichiari la sua contrarietà allo stesso termine Chiaro di Luna (non beethoveniano del resto). Qualsiasi possibile oleografia è spazzata via sin dall’inizio, con una lettura “metronomica” della mano sinistra nel celebre adagio sostenuto introduttivo, staccato in poco più di quattro minuti (!), anche se con una coda più lirica. Per contro, questa attenzione ai registri gravi produce una eccezionale chiarezza nel terzo movimento, in cui Schiff non perde davvero mai il filo del discorso, una vertiginosa scalata della tastiera che miete anche in disco vittime eccellenti. Ad oggi è il miglior presto agitato che io abbia ascoltato.
Dopo la pausa, la n.15, op.28, anche questa apocrifamente battezzata, col nome di Pastorale. Qui l’impianto elegiaco è evidente e non disconoscibile, e – sorpresa! – anche Schiff sembra lasciarsi andare maggiormente, perlomeno nel secondo movimento – pur avendo la possibilità di rendere più palesi le terzine d’accompagnamento preferisce che sia la morbidezza a fare da padrona. E’ il risultato è un alternarsi di danza e malinconia che riassume in pieno la connotazione multiforme di questo primo Beethoven, come Schiff la asserisce.
Il bis beethoveniano (ultimo movimento della sonata n.11, op. 22) non tradisce questa tendenza ad unire varie istanze, presentando carattere di serenità turbata da episodici presentimenti. Quello schubertiano è soprattutto omaggio alla propria patria (Melodia ungherese D817). Il concerto ha chiuso la stagione della pergola con grandi applausi e tante chiamate sul palcoscenico per il pianista.

Certamente Schiff si pone, almeno con questo gruppo di interpretazioni, in una posizione molto scomoda per il giudizio di chi privilegia ascoltare un Beethoven più o meno velatamente trascendentale, in perfetta rispondenza con la sua immagine proverbiale di uomo umorale e in lotta vittimistico-titanica col destino. Tanto più che gli anni delle sonate esaminate preludono al famoso Testamento di Heiligenstadt, una delle manifestazioni che danno concretezza a questa ricostruzione psicologica “teatrale” di Ludwig. Queste persone amano ascoltare un Beethoven preromantico, forse – comunque pervaso dalla emozione e dal sentimento. Magari un adagio sostenuto di sette minuti (Gulda, Lupu). Schiff lavora invece esclusivamente sullo stile e sulle indicazioni di partitura, la sua è una lettura altamente sistematica e rigorosa. Diciamo che Schiff, rilevata correttamente la pluralità delle istanze di stile in queste sonate, si riserva il diritto di non renderne una dominante su tutte le altre. Ne consegue una interpretazione legittima ed accurata, fondata e coerente: proporzionata, in ogni accezione musicalmente positiva e negativa del termine. Che verosimilmente suscita sensazioni opposte, di puro appagamento o di profondo rigetto. Resta comunque l’oggettivo livello di alcuni esiti interpretativi, quali il presto agitato del Chiaro di luna, ed altri importanti passaggi.

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