Philip Glass, o della metamorfosi

Avere ascoltato per la prima volta Philip Glass in concerto, essere stato a quattro metri dalla sua figura sciolta ed informale (polo nera, pantaloni di tela grigia, sneakers), raccogliendone ogni espressione del volto, in un teatro dalla ottima acustica quale il Politeama Pratese. Che emozione!
Ripensandoci, però, la serata di domenica ricollega tutti i suoi spunti oltre se stessa, verso una riflessione più profonda e generalizzata su poetica e trasformazione dell’artista di Baltimora.

Nella prima parte, con Glass unico protagonista al pianoforte, una conferma: non è (più?) un buon esecutore di se stesso. Comparare il noto album  Solo Piano con le interpretazioni di Arturo Stalteri è già rendersi abbondantemente conto di quanto il pianista italiano sia superiore per tecnica e rigore al compositore. E il brano più indicativo è proprio quella Mad Rush che apre il concerto, eseguita stasera con grande confusione nei passaggi stretti, dove spesso il tempo e più di una semicroma si perdono nelle rapide terzine ascendenti-discendenti. Un po’ meglio nella scelta di tre Metamorfosi (dalla quarta indietro alla seconda), restituite con maggior cura, anche per le minori difficoltà di performance; bella la prima proposta (#2) dai recentemente pubblicati Etudes, con quartine di reminescenza addirittura bachiana; poco convincente la seconda (#10), con un ostinato della mano sinistra che mortifica ogni pennellata della destra sui registri alti.
Ho trovato poi di spessore l’esecuzione – dopo un breve intervallo – della Terza sinfonia per orchestra d’archi, datata 1995, nella quale la Camerata strumentale Città di Prato, condotta con sicurezza dal Maestro Diego Dini Ciacci, ha mostrato una precisione meccanica e dinamiche soffuse, peraltro non bastanti per dare (o inventare) lustro drammatico ai momenti più deboli della partitura. Con un mirabile apice: il terzo movimento, staccato in andante, nel quale, sul retroterra di viole e violoncelli, i violini si innestano in un canto che si sposta dalle prime parti via via verso il fondo, con differenti linee melodiche, portando ad un arazzo polifonico reso dalla Camerata con felicità timbrica. Qui Glass si dimostra felice nella scrittura e si conferma, otto anni dopo la composizione dello splendido Concerto per violino, abilissimo nello sviscerare le possibilità del più lirico tra gli strumenti. Chiude la serata una succinta esecuzione di Closing da Glassworks, con orchestra e lo stesso Glass al pianoforte, il quale ripropone le sue aporie esecutive sotto forma di difficile dialogo con l’ensemble.
Grandi applausi – cinque o sei chiamate, soprattutto dai giovanissimi in galleria. Nessun bis: showbiz machinery.

Nel 1951 un giovane ed iconoclasta Pierre Boulez, titolando un proprio articolo “Schoenberg est mort”, ne testimoniava non tanto la dipartita corporale quanto la (presunta) incompatibilità con le moderne concezioni compositive. Pur non arrivando a questo estremo, ho avuto anche io una sensazione di chiusura, di sbarramento.
E’ senza dubbio "deceduto" il Philip Glass che aveva la sua cifra nella ripetizione non fine a se stessa. Quello in cui l’elemento strutturale non rimaneva, per così dire, staticamente affascinato dal proprio lirico specchiarsi, ma era anello di una catena in divenire, per cui da un assunto si giungeva, attraverso una serie di trasformazioni ipnotiche, stranianti, impercettibili, ad una conclusione totalmente diversa. Ho espresso questa tesi da tempo, e ne ho trovato in questo recital ulteriore avvaloramento.
Pezzi come Two pages o Music with Changing Parts testimoniano di questo ormai desueto procedimento – culminante, secondo me, in quello che ancora oggi considero (almeno in larga parte) il capolavoro di Glass, vale a dire quella immensa e orizzontale architettura di sequenze che è Music in twelve parts, scritta tra il 1971 e il 1974. Successivamente assistiamo ad un’inarrestabile tendenza al compiacimento lirico, alla monadologia delle cellule sonore, alla imbalsamazione di qualsiasi sviluppo pregnante e radicale.
Questo non comporta necessariamente un giudizio negativo sul Glass post-1974. Ascolto volentieri molta parte di questo “secondo periodo”, e ritengo di poter annoverare i già citati Concerto per violino e terza parte almeno della Terza sinfonia – ma anche la colonna sonora di The Hours, sublime testimonianza di una indubbia tendenza all’autoriciclaggio – non solo tra le migliori espressioni del compositore, ma anche come esempi di ottima musica contemporanea. Tuttavia questo giudizio consegue a fattori altri, fattori quali la felicità dell’invenzione tematica, il colore orchestrale, il virtuosismo, che sono totalmente estranei alla poetica musicale glassiana ante 1975.
Importa anche sottolineare come il concerto pratese mi abbia appalesato degli indizi di questa trasformazione; dei quali indizi la scelta di repertorio di brani solo dal 1979 in avanti, oppure la inversione dell’ordine delle stesse Metamorfosi dalla quarta alla seconda, più lirica, non sono che i più superficiali.
Ho registrato infatti l’irruzione nel Glass pianistico di un elemento solitamente provvido, ma che decreta la morte di quel Glass prima maniera, quello che dallo stesso Stalteri viene descritto nel retro del proprio cd come “senza incisi e punti d’appoggio melodici”.
Questo elemento è un vero e proprio romanticismo esecutivo. Nell’abbondante uso del pedale, anche a coprire le incertezze di arpeggio in Mad rush. Nel ritardando, nel rubando, nell’inserzione di pause. Addirittura nel modulare al grado maggiore la quarta misura nel secondo episodio della seconda metamorfosi, diversa dunque rispetto alle esecuzioni discografiche.

E’ un Glass mutato, il cui trend sembra sconfessare sempre più il suo dogmatismo microstrutturale dei primi anni, ed addirittura ogni riferimento ripetitivo: basti pensare al secondo ed al quarto movimento della sinfonia ascoltata, in cui le ripetizioni sono prive di rilievo acustico, a favore di elementi sincopati o addirittura fugati.
Se sia farfalla, se si tratti di Metamorfosi più o meno riuscita o, per passare da Kafka a Richard Strauss, di Morte con o senza Trasfigurazione, è giudizio che spetta alle corde emozionali di ciascun ascoltatore.

Tutti i riferimenti discografici alle opere citate, ove non linkati, sono sul sito ufficiale del compositore.
Un auto-applauso al sottoscritto che non ha mai usato la parola-tabù min….ismo! smile.

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3 Risposte

  1. Prima di tutto devo evidenziare somma invidia per il concerto, poi sincera ammirazione perchè hai scritto un post su Glass senza usare la parola tabù 🙂 una vera e propria impresa. Rispetto alle mie conoscenze della musica di Glass – assai minori – sento di dover condividere tutto, anche il giudizio positivo su Arturo Stalteri che ho ascoltato tantissimo. Aggiungo solo una cosa. Da poco stavo leggendo un’intervista a Stockhausen – in un vecchio speciale di Amadeus – il quale evidenziava – se non ho capito male – una sorta di limite intrinseco della musica ripetitiva nel progredire come linguaggio musicale. Leggendo il tuo post mi sembra di capire che è accaduto anche a Glass, o sbaglio? Ciao

  2. posta, postaaaaaaaaaaaa 🙂

  3. Ruckert, stai anticipando un tema che voglio trattare – o meglio, che voglio incrociare nel dato di Glass ed in quelllo di un compositore piuttosto significativo.
    Bea: già aperta letta e risposta! grazieee

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