di Cigni e di Duchi

Mentre ascolto le note del Lohengrin diretto da Claudio Abbado con Repubblica, non posso fare a meno di apprezzarne l’estrema pulizia e pienezza sonora, ma contemporaneamente avverto già dal Preludio un senso di perdita di sacralità. L’approccio di Abbado è molto lineare e volto, forse, a togliere una patina di misticismo (e magari compiacimento direttoriale) a molte delle grandi opere che affronta nei primi anni 90. Penso, per esempio, al Pelléas et Melisande di Debussy inciso proprio nel 1992, come la presente opera. Ma un semplice confronto tra il Vorspiel di Abbado ed, ad esempio, quello della sfortunata (per la fase calante di René Kollo, altrimenti grande interprete, e vicissitudini di incisione) versione di Karajan per EMI, restituisce pienamente la diversità delle possibili letture, col differente uso di ritenuto e crescendo nel portare l’ascoltatore al climax della seconda parte.
E’ comunque un Lohengrin da avere, supportato da qualità tecniche non indifferenti, tra tutte quelle dei cantanti nei ruoli principali.

Quando penso a Lohengrin ultimamente non mi schiodo con la mente da una visione estiva: quella della regia 1990 di Werner Herzog a Bayereuth. La produzione, UNITEL, non si trova se non attraverso il circuito di SkyClassica (leggi: aspettare che la passino sul famoso canale 728); oppure in CD per la philips, sotto la bacchetta di Peter Schneider (in attesa di ristampa). Raffrontando con i pensieri dell’amico amfortas, wagneriano sin dal nickname! che vi dice praticamente tutto sullo svolgimento ed esprime il giudizio per cui l’opera è la più "accessibile" o "facile" del compositore, potremmo dire che Herzog cerca proprio di sfatare questa visione, di scavare in una psicologia apparentemente favolistica, facile. E nell’impianto oleografico della scenografia, con larghissimi e desolati spazi, e precipitazioni nevose che spesso assumono la funzione di temperatura umana (nevica quando l’amore non esiste o viene sconfitto), è soprattutto la gestualità dei protagonisti ad essere oggetto di indagine da parte del regista. Il cavaliere del cigno misura i suoi movimenti anche in combattimento, a rappresentare una dimensione aliena rispetto alle passioni umane, incarnate dalle due gigantesche protagoniste dell’opera, Elsa ed Ortruda (magistralmente interpretate da Cheryl Studer, che trovate anche nella versione abbadiana, e da una perfetta Gabriele Schnaut). Esse incarnano aspetti opposti di uno stesso esistere terreno, preso che sia dalla passione che distrugge se stessa oppure dal risentimento che si avvicina quasi incantato al suo oggetto. Rispetto alla iconografia tradizionale, Herzog avvicina molto queste eroine tra loro, come testimoni di umanità: memorabile il finale, in cui per pochi secondi le due figure (normalmente, quando cala la tela, separate e sfinite dalla compiuta metabolé della vicenda) si avvicinano su un piano orizzontale, tendendo le mani l’una verso l’altra michelangiolescamente, per raggiungere una distanza ambivalente: modica eppure fissa, esistente. Il cavaliere eterno e costante è ormai lontano e incompatibile con questo mondo umano, uguale e diverso, che si riavvolge su se stesso.
Un’ottima prova interpretativa del grande regista, del quale continuo ad ammirare il feeling wagneriano, dopo il famoso Lektionen im Finisterris, documentario che abbina in maniera sconvolgente le pagine sinfoniche delle opere di Wagner alla visione aerea della prima catastrofe irachena, coi pozzi petroliferi dati alle fiamme.

Curioso che queste note su Herzog, in ponte da chissà quanto, siano scaturite all’indomani della morte di Saul Bellow, il cui romanzo più famoso è appunto Herzog, duca.

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