non donna di province, ma bordello

Dante aguzzò lo sguardo per capire cosa i guitti avessero disegnato al centro della fuga prospettica dei cerchi. Sembrava un fiore, una specie di rosa biancheggiante.
"Quello è il Paradiso, messere!" si sentì in dovere di chiarire l’uomo, che aveva seguito la direzione del suo sguardo. "Vedete i percorsi degli astri? I cerchi?".
Sembrava molto soddisfatto di poter aiutare un priore ad interpretare la complessità della scena. Dante gli lanciò un’occhiata gelida. "E perché c’è un fiore al centro dei cieli?"
"Oh, bella… Lì c’è Dio. Ecco perché!"
"E perché un fiore?"
"E perché no?" sbuffò l’altro.

A me I delitti del mosaico di Giulio Leoni è piaciuto, nel complesso. Non cercate una trama serrata nell’azione, che langue (il titolo è solo a fatica numeralmente fedele al romanzo); preparatevi a perdervi dietro speculazioni e cogitazioni quasi sempre errate; non tentate assolutamente di verificare rispondenze urbanistiche o anche dialettali. Ma c’è un Dante bello per il suo restare nella polvere; non solo – iconograficamente – superbo, ma in preda all’ira quasi in ogni pagina. E soprattutto assolutamente smitizzato nel frutto del suo ingegno, quasi che le astrazioni o i personaggi della Divina Commedia gli provenissero dai berci di strada e dalle altrui dicerie.

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