homo homini Lupu

e parliamone del concerto di Radu Lupu prima che immagini e suoni si arrugginiscano nella ondivaga memoria…

il grande Heinrich Neuhaus, nello scegliere i suoi allievi, doveva avere un debole per la dialettica di materia e spirito…Richter, un "beluga di cristallo" (cfr. un mio post della scosa estate) – massimo interprete del nostro tempo, Orfeo dolicocefalo e così docile sulla tastiera ed insicuro nella vita. Ed ora quest’homo Carpaticus, nodoso e brado, che si direbbe esteriormente propenso a far legna da ardere del piano che gli sta davanti, piuttosto che carezzarlo ed interrogralo di suasioni. Come puntualmente fa, seduto su una seggiola da moderna sala d’attesa, col tronco inclinato all’indietro, quasi nel terrore di ferire i tasti.

Bastano poche battute per percepire il tocco, quasi come un doppio passo di trequartista in area. Tocco; timbro. Una combinazione di leggerezza, soavità, intimismo. Questa è e rimane la costante di tutto il concerto, un filtro cromatico pastello attraverso il quale far sfilare le silouhettes dei tre compositori indagati lungo questa densa ed impegnativa domenica sera.
Il Beethoven già maturo delle 32 variazioni su tema originale Woo80 (1806) e quello (sulla soglia dell’ultima, formidabile tetralogia) della sonata n.28 op.101 (1815) convergono in una lettura ortodossa ma già dicharatamente favorevole all’espressione. Le variazioni assumono così predominante carattere lirico piuttosto che trascendentale (cfr. Gould): si potrebbe pensare che il passaggio stretto, la quartina veloce o dinamicamente sforzata, come spesso nella sezione centrale, sia per Lupu un’apnea affrontata con stoicismo (e qualche affaticamento) nell’attesa di un nuovo cantabile, quale quello della IX variazione la cui resa è ottima.
Anche dell’op.101 resta impresso l’incipit quasi di sonetto foscoliano, naturale ripresa del fiato e del discorso interrotto chissà dove e chissà da chi, mentre l’Alla marcia, così tipicamente beethoveniano nel suo slancio eroico, scorre come interludio centrale verso dinamiche più profonde.
Tra i due lavori la Sonata per pianoforte op.1 di Berg, che costituisce la più marcata e forte scelta interpretativa della serata: maneggiata con una lentezza a mia memoria inusitata, nella spasmodica ricerca di ogni sottosistema, di ogni intervallo che ne possa affermare il retaggio tardoromantico anziché la valenza sperimentatrice o, se si vuole, frustrata. Sebbene questo approccio, addirittura straniante nella esposizione (meno nello sviluppo) non mi convinca appieno, rimane l’originalità e l’arditezza della agogica e della concezione ad essa sottostante.
E’ con Schubert però che si tocca il vertice. Ovvero con un compositore che  più di altri, alla fine dei conti, trova la sua cifra proprio nella leggerezza, nello spianato, nell’orizzontale (la divina lunghezza, nelle parole di Schumann). Una risultante della altrettanto indubbia componente tensiva. Una transazione.
Schubert e Lupu tendono a questo approdo nella fulgida prima metà della grande sonata n. 21 D960, i cui movimenti (molto moderato; andante sostenuto;  allegro vivace con delicatezza; allegro ma non troppo) suggeriscono grammaticalmente questa soffusa composizione di ossimori nel lieve. L’interpretazione di questi mo(vi)menti-clou della serata passa ancora una volta per una scelta di tempi votata alla lenteur, e da dinamiche smorzate con naturalezza; le frasi inquiete della mano sinistra nel primo movimento, ad esempio, lungi dal proprompere, spirano nel momento stesso del loro fiorire, piccole bolle d’aria in superficie.
Grande interpretazione, come forse solo Richter – che del resto trovo affine nell’approccio, coi suoi ventiquattro minuti del molto moderato iniziale.
E le dovute acclamazioni che portano all’encore: il secondo  dei momenti musicali D780 (l’andantino). Bella esecuzione anche questa, purtroppo segnata da una – ben avvertita in sala – distrazione iniziale; se esiziale all’intero brano, o neo sul viso di Cindy Crawford, è verdetto delle corde di ciascun ascoltatore. Tutti i – disciplinatissimi, chapeau – presenti in un teatro della Pergola pressoché completo avranno comunque preso atto di  una sonata schubertiana all’apice, di un Beethoven affidabile, e di una lettura di Berg che quantomeno ci restituisce l’idea forte di interpretazione – foriera di meditazione, discussione, ed anche, del caso, di critica. Come si conviene ad un solista che non sia mero "meccansimo sonoro" , ma "guida emozionale".

NOTA: la sonata di Berg come pure l’op.101 di LVB non sono ancora state registrate da Lupu, la cui lista completa di incisioni è qui su BlogNote. Speriamo che questo tour sia stato propedeutico, come spesso avviene, o funzionale al riempimento del gap – operazione a mio avviso alquanto interessante per Berg.

POST SCRIPTUM: "Perché, è successo qualcosa?" Il Corriere di Firenze – solitamente attento alla classica – non si è nemmeno accorto della serata, neanche in chiave di segnalazione; Repubblica ha segnalato ma non ancora recensito (ma Moppi, spero, rimedierà).

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2 Risposte

  1. Ciao!Grazie di essere passato dal mio blog :-)Spero ripasserai presto. Un bacio

  2. quante cose si imparano da te, oltretutto cullati da questo delizioso sottofondo musicale, una vera delizia! Un bacio per la notte, g.

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