dei massimi sistemi

 Spendere qualche parola sul concerto alla "Pergola" di questo sabato pomeriggio, ospite lo stupefacente Quartetto Emerson, comporta una duplice difficoltà: da un lato viene spontaneo compararlo con l’altrettanto stupefacente Quartetto Alban Berg, in scena il 20 febbraio scorso – già recensito; dall’altro lo spregevole ma irresistibile mestiere di critico è quello di cercare il pelo in un uovo quanto mai perfetto. Entrambe queste discipline mettono però a disagio di fronte ad una performance su livelli davvero alti, che fa il paio esatto con quella del Berg, e che fa pensare costantemente alla fortuna sfacciata di avere assistito nel giro di due settimane alle testimonianze di quelli che sono probabilmente i due migliori quartetti per archi in circolazione.

L’Emerson attitude è già presente in sala ancor prima che le note si diffondano: strumentisti giovani ed alti, quasi sempre longilinei, che danno una immediata sensazione di vigore, e che tranne il cellista affrontano l’intero happening in piedi.
Il programma prevede i primi due quartetti per archi di Dmitri Sostakovic, inframmezzati dal secondo (primo in ordine di composizione) quartetto di Felix Mendelssohn.

Già dall’attacco del Primo Quartetto op. 49 del compositore russo si evince la perfezione formale dell’insieme, fatta di sincronismo perfetto e nitore sonoro, se possibile, ancor più cristallino di quello del Berg. Considerando singolarmente i componenti, salutiamo un autentico fuoriclasse nel violista Lawrence Dutton, assolutamente e magistralmente lirico col suo strumento, un Mantegazza del 1790. Il breve quartetto, dall’impianto scarsamente problematico, scorre via adamantino in un quarto d’ora circa, per una esecuzione che forse più che nel resto del programma si dimostra conforme alla ricerca di equilibrio tra misura e passionalità, con risultati confortati anche dalla particolare tessitura del Sostakovic cameristico, che ribadirò più avanti. Spicca l’ultimo movimento, un fugato su temi popolari russi, in cui le singole esposizioni e voci mantengono ammirevolmente la loro chiarezza nella complessità formale dell’intarsio.

Per giudicare il Mendelssohn che segue, quello del Secondo Quartetto op.13, occorre rifarsi un poco alla peculiarità dell’opera, che attinge molto del proprio materiale tematico da un Lied composto nella immediatezza della morte di Beethoven (1827), un riferimento assoluto – emozionale prima ancora che musicale – per l’allora diciottenne Felix. E’ quindi una creazione direttamente scaturita dal dolore, dallo smarrimento: prendendo a prestito Holderlin, dalla buia domanda del dubbio.
E certamente l’incipit del quartetto restituisce un clima quasi da "morte e fanciulla", assolutamente in contrasto rispetto alla comune idea, in qualche modo gioviale, dello stile di Mendelssohn; solo forse la più tarda sinfonia Scozzese pareggia, nel suo primo movimento, questa drammaticità. Ecco dunque che la forte, apparentemente fuorviante, drammaticità interpretativa propostaci dal quartetto americano ha in realtà una coerente filologica ragion d’essere.
Sul piano tecnico, occorre rilevare che – secondo un criterio di rotazione adottato anche dalla connazionale Orpheus Chamber Orchestra per il proprio direttore – le parti dei due violini si scambiano e il ruolo di primo passa da Eugene Drucker a Philip Setzer: sicuramente dotato di pari sensibilità e tocco rispetto al collega, ma con quel quid di minor possenza nella cavata che si traduce in un maggior squilibrio nell’amalgama del tutti. E’ in questa parte del concerto che mi sembra di individuare il famigerato pelo nell’uovo, vale a dire il leggero squilibrio "verso destra" della dinamica del quartetto, con viola e violoncello – lo stentoreo e mercuriale, ma a questo punto del concerto un po’ uniforme David Finckel – talvolta a coprire le altre due voci.
Peraltro Setzel si disimpegna benissimo nel terzo movimento: quel leggero, agile, follettistico intermezzo dal tema che ricorda molto da vicino la canzone popolare nel rondò del terzo concerto per violino mozartiano (k216). E l’esecuzione del quartetto in generale ne risente in positivo, chiudendo in crescendo.

Ma con il ritorno di Sostakovic – Secondo Quartetto op.68 – ogni criticismo deve cedere alla lode. L’attacco muscolare, di vitalità quasi primigenia, si frammenta in episodi solistici interpretati con una verve qui ai massimi, con Finckel che torna a testimoniare un perfetto approccio alle dinamiche.
Questo quartetto annovera uno dei più celebri e sublimi esempi dell’arte di Dmitri Sostakovic e a mio parere della intera letteratura quartettistica: il Recitativo che apre il secondo movimento. Su tre distinti episodi accordali tenuti insieme dagli altri tre strumentisti, il primo violino intesse un’accorata frase di preghiera che non può non riportare ai sentimenti di disperazione nei confronti di una guerra ancora da terminare (siamo nel 1944).
Il solista, Eugene Drucker, dalla perfetta resa acustica durante tutto il pomeriggio, ci offre una pagina di grande e moderno virtuosismo, sorbita dal teatro con un silenzio assoluto e forse con un senso collettivo di totale, stendhaliana, immedesimazione e distacco temporale. Solo rispetto all’ascolto dei "mostri sacri" del quartetto Borodin si rileva una punta di freddezza che però non inficia l’altissimo valore della lettura.
Il resto del quartetto ci offre una macchina interpretativa rodata e perfetta in ogni accezione tecnica, veramente inappuntabile nel complesso come in ogni esecutore.

L’encore – dopo le quattro chiamate – è costituito da una Fuga per Quartetto d’archi di Mendelssohn, scritta sempre nel 1827 e poi collazionata nell’opus 81 al n. 4: partitura fresca e leggera piuttosto che rigorosa, eseguita in un soffio senza l’emergere di note critiche di rilievo.

L’esito interpretativo è stato nel complesso eccellente. Come detto, Emerson e Berg sono probabilmente quanto di meglio la scena quartettistica internazionale possa offrire. Disputare su quale degli ensembles sia il migliore è sterile quanto argomentare sulla superiorità di Mozart su Beethoven, o viceversa. Ciascuna delle due compagini ci ha presentato almeno un autore (Berg in un caso, Sostakovic nell’altro) ai massimi livelli. Ciascuna ha il suo plusvalore: maggiore intimismo nel Berg, maggior dettaglio formale nell’Emerson. Ciascuna ha l’intelligenza e la sensibilità musicale di presentare le partiture più congeniali al proprio modo di esprimersi. Il Quartetto Alban Berg sa dominare e plasmare molto bene le diversità di tensione; l’Emerson è eccezionale in questo Sostakovic in cui spiccata è la predilezione per la frase solistica, dialetticamente opposta all’insieme (e nel complesso prevalente su esso).
Chiudo nella maniera più semplice, come ho iniziato: ascoltare queste due formazioni in un breve lasso di tempo è stata un’esperienza eccezionalmente formativa e coinvolgente.

[Il quartetto Emerson sarà ancora a Firenze stasera, 6 Marzo, alle ore 21, per eseguire stavolta il Terzo e Sesto Quartetto di Mendelssohn inframmezzati dal Terzo Quartetto di Sostakovic. Ci dovrebbe essere ancora discreta disponibilità di biglietti e consiglio vivamente di non mancare. Informazioni].

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