taumaturgie (parziali) della grande pianista

ovvero, del concerto di ieri con Martha Argerich al pianoforte, l’Orchestra della Toscana e Alexandre Rabinovitch – suo compagno nella vita – sul podio.
"La Argerich"! Siamo nell’ambito delle superstar, dal tocco leggendario: eppure questa pianista mi è sempre risultata di complessa interpretazione, come le persone che guardi intensamente e che sembra sempre siano col penisero ad altro rispetto a quello che fanno o dicono…
Morbidezze seriche, qualità; e poi, quando meno te lo aspetti, nervosismi di diamante grezzo, al limite della discronia.

La prima parte del concerto non è stata da ricordare. Si apriva con una composizione dello stesso Rabinovitch – Jiao, per orchestra e pianoforte elettrico – che si proponeva di investigare tematiche spirituali e religiose attraverso una struttura di stampo minimalista o comunque ripetitivo, per scale intervallari molto serrate e secondo modalità molto più ampie rispetto alle armoniche tradizionali. Il riferimento evidente è alla musica di Terry Riley, disconoscendone al contempo – anzi, sovvertendone – il rigore metrico in favore di un legato generalizzato e straniante. L’uso dell’elettrico è risultato determinante nell’appesantire l’ascolto ed indisporre molti ascoltatori, certamente più avvezzi al classicismo tout court che il resto del programma riservava.
Ed allora aspettiamo il direttore alla prova di Mendelssohn, con la sua prima sinfonia scritta alla tenera età di quindici anni (1824)!
Prova non superata, ahimé. Proprio l’impianto, gioviale ma giocoforza (novellae aetatis causa) con qualche accademismo a scapito della freschezza inventiva, necessitava di uno sforzo particolare nella coesione orchestrale e nella cura del dettaglio sonoro. Tutto questo è totalmente mancato, in particolare nella incontrollata e in qualche caso fuori tempo sezione dei fiati. L’impressione generale è stata di una non velata anarchia, con qualche tentativo di ripresa nel secondo ed all’inizio del quarto movimento, e con la parziale attenuante della indisposizione di un violinista che è stato accompagnato dietro le quinte da un collega durante l’esecuzione, senza che questa si interrompesse. 

Dicono che nel punto in cui il giovane Siddartha posava il piede, subito una rosa crescesse. Tale effetto ha sicuramente contrassegnato, dopo l’intervallo, la entrée di Martha, acclamatissima sin dall’inizio. Per incanto, la sua presenza cura il suono della compagine orchestrale (peraltro più cameristica e dunque misurata nell’insieme), ed il Concerto in re maggiore Hob. XVIII:11 di Haydn , che non conoscevo, ne risulta particolarmente brillante e levigato: ottimo il dialogo tra orchestra e solista, perfetta la tecnica di quest’ultima, belle le cadenze in qualche modo pionieristiche rispetto ad un pianismo di marca beethoveniana, dunque anche coerenti con questa inquietudine stilistica di fondo della Argerich di cui parlavo prima. Sicuramente un bel salto di qualità rispetto alla prima parte della serata!
Con l’attesissimo Concerto n.20 in re minore KV466 di Mozart, infine, assistiamo purtroppo al parziale ripetersi dello scollamento orchestrale, con una ricerca della drammaticità e del preromanticismo così serrata da risultare in certi punti forzata rispetto a misura ed amalgama. L’interpretazione anche qui inappuntabile della Argerich, morbida e anche lei – ma con altra classe – preromantica e cromatica nelle cadenze (credo di LvB), stavolta non riesce a lenire questo cupo retrogusto.

Le ovazioni del pubblico giungono al bis del rondo finale del concerto haydniano, eseguito con un quid di fretta in più.

Domani leggerete sulla stampa di un grandissimo concerto: pur nella bontà di alcuni esiti, era lecito attendersi una maggior cura.

Il concerto è stato dedicato al Direttore Artistico dell’ORT Sergio Sablich, che versa in gravi condizioni di salute. A lui un affettuoso augurio ed incoraggiamento da parte di questo blog. 

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