morire…dormire…(forse) sognare…

Il concerto di ieri sera si apre con la notizia della improvvisa scomparsa del grandissimo pianista Lazar Berman, da anni residente a Firenze poco lontano da teatro, in un appartamento in Corso Tintori.
Berman era per ironia del destino uno dei massimi interpreti del Liszt che abbiamo avuto modo di ascoltare ieri.
Il ricordo di BlogNote (e la discografia completa a latere)

Lang Lang è uno dei simboli di quella Cina rampante che sta conquistando la scena globale, con una forza motivazionale ed una coesione senza pari.
Classe 1982 (!), già acclamato e vincitore di importanti premi, alla sua giovane età è già a contratto per la deutsche grammophon, per la quale ha inciso un cd/dvd dal vivo alla Carnegie Hall, che contiene la quasi totalità del programma e degli encore ascoltati qui a Firenze. Una selezione variegata, certamente votata ad evidenziare il virtuosismo del pianista, ma non priva di passaggi di richiamo alla personalità interpretativa.
Se le Variazioni "Abegg" di Schumann, che aprivano il concerto, sono scivolate via con un senso di meccanicità e scarsa introspezione, la Sonata n. 50 di Haydn ci ha già messo innanzi un significativo miglioramento, in particolare nell’Adagio centrale, che del resto spicca a mio parere su tutto il rimanente della sonata.
L’Haydn di Lang Lang concede qualcosa alla dimensione onirica senza però disarcionarsi – giustamente – dalla classicità dell’impianto e dal rigore metrico formale. In questo senso può dirsi preparatorio ed anticipatorio di quello che a mio giudizio è stato il clou della serata, vale a dire la splendida esecuzione della grande Fantasia del Viandante ("Wanderer") di Franz Schubert. Questo capolavoro richiede un grande equilibrio tra rottura degli schemi, arioso e sognante, e coerenza tematica, costituendo un ponte verso il romanticismo ma con radici strutturali ancora ben salde. Lang ce ne offre una lettura estremamente bilanciata e consapevole, misurata ma anche capace di coinvolgere con raffinatezza; ho avvertito solo pochissimi, passaggi poco chiari o ridondanti che, se limati, porterebbero al giudizio incondizionato di eccellenza.

Applausi meritatissimi che svegliano i miei dormienti vicini, uno dei quali aveva il fiato grosso e la testa in avanti già alla quarta variazione di Schumann… musica a carattere onirico, sì, ma non esageriamo!

La seconda parte del concerto non riesce ad emozionare altrettanto.
Essa annovera una suite del compositore cinese Tan Dun – Eight Memories in Watercolour – che conferma la marcata influenza di Debussy sui compositori per piano dell’estremo oriente (cfr. Toru Takemitsu). Echi di Pagodes (!) ed Etudes incastonano i temi ed le modalità del proprio paese natio. Trasparenza, direbbe Dante, di festuca in vetro; ma assenza del coinvolgimento che il richiamo ai temi tradizionali comporta o dovrebbe comportare.
In chiusura, il celebre Notturno op.27 n.2 di Chopin, in re bemolle, che si riprende da un inizio barcollante per portarsi piacevolmente su note intime, con un risultato di insieme senza infamia e senza lodo.
L’ultimo brano del programma è inteso come fuoco d’artificio di pura tecnica trascendente, come si conviene a Liszt: si tratta delle Reminiscenze dal Don Giovanni di Mozart, cioè di variazioni sul Là ci darem la mano e sull’aria dello champagne (Fin ch’han del vino). Un relata referre (Lang che legge Liszt che legge Mozart) volto soprattutto a stupire, non a scavare.
Giovane e dunque generoso, Lang Lang, nel concedere ben tre encores: Traumerei dalle Scene infantili di Schumann; il Volo del calabrone di Rimskij; il Liebestraume n.3 di Liszt. Tutti quanti sembrano avvalorare una sensazione di "bontà condizionata" che è emersa dall’intero concerto.
Nel complesso si può confermare come questo solista sia destinato a suscitare reazioni contrastanti come ogni "enfant prodige". In lui ci sono grandissime potenzialità che devono fare i conti con una non ancora compiuta (ma avvertibile) personalità nella lettura, ed una lieve perfettibilità nella morbidezza del tocco. Ci sono quindi gli elementi per giudicarlo positivamente o negativamente, a seconda di un umore del critico che normalmente è influenzato dal trattamento da star. Della star sembra sentire il peso del dover sbalordire, dilaniando quasi di rimorso la componente più autentica della sua interpretazione, quel sognare ovvio nei romantici e nei ricordi d’oriente, ma altrettanto bene ritrovato in Schubert – ribadisco il valore primario di questa interpretazione – e perfino nella centralità della sonata haydniana.

Appendice: il dono della sintesi
Scendendo le scalinate del Teatro la Pergola, ho porto orecchio al più efficace condensato critico (dal sapore fiorentino) della performance di Muti di ieri l’altra sera.
Una signora dietro di me parlava con un’amica e diceva:
"Bravo il coro, brava l’orchestra… ma la Messa…un TABERNACOLONE".
Che custodisce anche elementi pregevoli, è vero.
Ma… smile

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