primus inter pares

l’integrale sinfonica di LvB interpretata da Leonard Bernstein a capo dei Wiener Philharmoniker (Deutsche Grammophon, cofanetto medio prezzo) è giustamente una delle più celebrate. Ad un ascolto attento, il particolare più curioso che mi colpisce è quello per cui il giudizio maggiormente positivo si ha per le sinfonie a numero pari!
Proviamo a ricercare i motivi di questa preferenza.
Quella di Bernstein è una lettura che giustamente fa leva sulla straordinaria qualità sonora della compagine viennese. Il suono è quanto mai corposo ma senza perdere in raffinatezza, la percezione di tutte le componenti orchestrali rimane sempre chiara lungo ogni movimento. E’ un ascolto di indubbio gradimento e fascino, per non dire sensualità.
D’altra parte – a dispetto dei messaggi contenuti nelle note e improntati tutti sulla ricerca della universalità del linguaggio beethoveniano – sembra che il grande direttore intenda lavorare più sull’estrinseco che sull’intrinseco, più in superficie che in profondità, più di pialla che di scalpello. A ciò dobbiamo aggiungere un cromosomico americanismo che comporta un quasi palpabile senso di compiacimento, o in certi casi di candido stupore di fronte ad alcuni risvolti dinamici.
La risultante è una meravigliosa attinenza e proprietà nelle sinfonie in cui la ricerca dinamica e cromatica, pur nella novità del linguaggio, è in primo piano, ed invece un senso di opulento attrito e di distacco in quelle in cui è più marcata una tensione intrinseca del materiale sonoro, del suo trattamento e sviluppo – in breve quando il quid richiede maggiore attenzione del quomodo.
A mio giudizio è possibile operare grosso modo una bipartizione – comunque problematica e da approfondire – in questo senso tra il Beethoven "pari" e "dispari".
La seconda e la quarta sinfonia (tra l’altro, accorpate in un solo cd) vedono in Bernstein un interprete di spicco.
Nella seconda sinfonia, la ancora marcata (e maggiore a mio giudizio che nella "prima") adesione agli stilemi del proprio maestro, Franz-Joseph Haydn, nega ogni soluzione di continuità al giudizio positivo sull’arte direttoriale di "Lenny". che da grande esegeta Haydniano tout court muta con naturalezza in grande esegeta del Beethoven Haydniano.
Un autentico esercizio di maestria nel controllo delle dinamiche orchestrali è invece la quarta sinfonia, leggera e nobile come poche altre volte, con la sola quasi impercettibile pecca di un’eccessiva presenza degli ottoni nel secondo movimento.
Per l’ottava sinfonia – su cui ritorneremo in rapporto ad altre interpretazioni – possiamo dire che la sua problematicità è per gran parte legata al suo trovarsi incastonata tra settima e nona, ovvero tra due opere in cui massima è la ricerca contenutistica. Eccettuato in parte il primo movimento che contiene interessantissimi spunti che potrebbero dirsi propedeutici all’ascolto di Brahms, l’interpolare tensione ed innovatività nell’ottava deducendole dalle due vicine mi sembra un procedimento forzato. Quindi la lettura di Bernstein anche qui coglie nel segno.
Ho lasciato per ultima la sesta sinfonia che costituisce una piccola diversione dal nostro discorso, ma senza svalutarne le conclusioni.
Qui la personalità di Beethoven emerge più compiutamente e la forza della elaborazione tematica domanda una forte attenzione. Nondimeno il carattere "a programma" della partitura  – corroborato anche dalla visione "arcadica" e colta, cioè filtrata dalla letteratura, della reltà campestre – sembra reclamare una lettura emozionale imperniata su senso, descrizione, sensazione, reazione. In quest’ottica Bernstein è davvero impareggiabile ed anche quelli che possono essere inizialmente visti come limiti interpretativi (ad esempio un prosaico rallentare, quasi di bimbo a bocca aperta, del finale del primo movimento, o l’enfasi incontrollata dei timpani nel temporale) diventano estremamente coerenti. Sta di fatto poi che la leggerezza degli archi dei Wiener nel primo movimento di questa incisione è qualcosa di inarrivabile.

Un ciclo beethoveniano dunque che tra gli altri pregi ha quello di dar lustro a sinfonie a torto considerate "minori" (2,4,8). Ma, mentre in questo terzetto è lecito trovare ex aequo nelle letture di altri direttori (vedremo quali), è proprio la Pastorale ad imporsi come riferimento assoluto.

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4 Risposte

  1. Dustin O’Halloran “Piano solos”. una meraviglia. Un possibile Satie ai giorni nostri…

  2. Ciao bob, splendida analisi ed ottimo consiglio il cofanetto di Bernstein.
    Mi tenta pure il libro, mi sa che l’aggiungo all’ultimo ordine in corso su IBS(smile).
    Reduce da un “Ballo in maschera” qui a Trieste, nel quale il regista ha ritenuto opportuno vestire Oscar come Riff-Raff nel Rocky Horror e nell’atto finale si sono aggiunti i partecipanti alla festa mascherata truccati da zombies, alla “Thriller” di Michael Jackson.
    Non male vero?
    Seguirà post, ovviamente, dove segnalerò anche l’imperdibile “Il senso della vita” in onda stasera su raistudiouniversal.
    Un caro saluto.

  3. ma poi sono partiti tutti per Transylvania?
    Confermo: il libro è imperdibile.
    Holden: prendo nota e poi casomai ti interpello. Grazie

  4. sei eccezionale. hai una padronanza musicofila stupefacente. e mi sembra che il livello comunicativo sia sempre più affabile.
    bacio
    amilga

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