vocalità strumentale

sto distrattamente guardando qualche articolo sulla prima scaligera di martedì.
Il meglio che si possa leggere online è rappresentato dal trittico del Corriere (intervista ex post a Muti, poi Isotta “a caldo”, e Torno). Bello stile, sostanza più narrativa che tecnica – ma Isotta promette di rifarsi oggi. Rubens Tedeschi, sull’Unità (relata refero, è a pagamento…) avanza il dubbio, già emerso nell’intervallo tra i due atti ad opera di un ascoltatore, se fosse più corretta la scelta di commissionare un’opera ad un compositore contemporaneo anziché riproporre Salieri.

Su Repubblica cartacea, pagina 12, mi imbatto in una colonna di Michelangelo Zurletti, che in un solo capoverso sintetizza molte tematiche:
…Il tutto è animato con entusiasmo e profonda partecipazione da Riccardo Muti che nel repertorio classico e neoclassico dà il meglio di sé. Il direttore lavora con masse impeccabili e lavora benissimo, con grande cura e perfino con ammirazione per una partitura che la merita solo in parte. E ha dalla sua una compagnia di canto senza paragoni. Le due protagoniste assolute, Diana Darnau (Europa) e Desirée Rancatore (Semele), ci fanno ascoltare un canto bello e stilisticamente sorprendente. Non sono da meno le due coprotagoniste en travesti, Daniela Barcellona e Genia Khmeier, ed è bravissimo ed al solito musicalissimo Giuseppe Sabbatini.

Con questo input critico abbiamo già una idea di quella che è la tendenza interpretativa della serata. Che è poi quella chiosata, molto in soldoni e con accenti quasi da Leni Riefenstahl, da Natalia Aspesi in prima pagina:
…un’opera tardosettecentesca dimenticata, di un Salieri molto snobbato che da ieri sera è diventato cult, un’Europa riconosciuta già fastidiosa nel titolo, con una trama assurda e un libretto demente, è diventata uno spettacolo indimenticabile: per magnificenze di regia, di scene e di costumi, per luminosità di gorgheggi e splendori di direzione musicale, con la sorprendente glorificazione regalata al maestro Muti dal gioco dei fondali di specchio, che riflettevano verso il pubblico i suoi gesti appassionati…

Devo ammettere che si è almeno nella opinione comune realizzato quanto amfortas paventava nei commenti: l’opera di Salieri è diventata di Muti.
Muti – nelle riserve che talvolta nutro sul suo agire – ha in questo caso dei grossi meriti, perché è incontrovertibile che Europa sia caduta nell’oblio scenico (e successivamente discografico) appena dopo la sua premiere scaligera, il 3 agosto del 1778. E quindi un plauso perché ci ha restituito una testimonianza dimenticata – del fatto che il decorso del tempo non sia di per se stesso indice di cattiva qualità abbiamo già parlato a proposito nientemeno che di Bach!
E sono pienamente d’accordo con lui quando, nell’intervista al Corriere, reclama per Salieri uno spazio autonomo (quanto ampio è lasciato al gusto di ciascuno) tra ai compositori del settecento.
In questo senso Muti è più lungimirante dei suoi cartacei cantori – non so e non mi interessa quanto studiatamente.

Salieri è un valente compositore cui manca il genio. Il genio è la capacità di cogliere la costante incompletezza della propria arte, di ritenersi sempre (heideggerianamente!) un progetto in trasformazione e convogliare nella propria creatività la tensione dialettica dell’ “a venire”.
Salieri invece spinge all’inverosimile il cristallizzarsi della propria tecnica di scrittura. Ma, entro queste colonne d’Ercole, le altezze virtuosistiche sono stupefacenti, ed i cantanti sono davvero chiamati a compiti al limite delle umane possibilità.
Non solo i cantanti, ma anche alcuni strumenti: la sconvolgente, ultima aria di Semele, fu scritta (anche con una certa captatio benevolentiae) per la cantante Dazzi Lebrun, sposata ad un oboista: in quest’aria proprio il soprano e l’oboe gareggiano, come due pavoni in parata per la femmina, sciorinando tutti i colori a loro disposizione – e qui voglio tributare un grande bravo! al primo oboe dell’orchestra, Francesco Di Rosa, a cui non ho ravvisato in nessun pezzo giornalistico le giuste lodi.
Salieri (come Handel, come molto del settecento), tratta la voce umana come uno strumento nella sua accezione più virtuosistica – per esempio, con un impiego della cadenza vocale assolutamente significativo anche per quantità. Come dicevo confrontando parola scritta e parola musicale, si disintegra la (qualità della) parola, che è solo un trampolino di lancio o lo stadio di un razzo; e con essa l’azione/trama, nella misura in cui la parola è la semantica del dramma.
E’ difficile quindi giudicare quest’opera: comprendo che molti pareri negativi derivino dal mancare di dinamismo compositivo e drammaticità, prima ancora che caratterizzazione psicologica dei personaggi. Credo però anche che sia dubbia la legittimità del cercarveli, perché la finalità “strumentale” di quest’opera pone una sorta di cesura di indifferenza verso queste grandezze.
E’ un po’ lo stesso discorso – mutatis mutandis – degli strali lanciati verso la musica contemporanea, verso la quale chi si pone con orecchio armonico matura spesso una sensazione di rigetto.

Nella incompletezza dell’ascolto radiofonico, ho scoperto due grandi cantanti, Darnau e Rancatore. Un po’ più in difficoltà le seconde linee, e non condivido il giudizio incondizionatamente positivo su Sabatini, che paga anche il fatto di essere unica, isolata voce maschile. Peraltro, il cast quasi per intero di donne appiattisce senza dubbio l’emotività dell’azione: qualcuno ha avanzato l’opinione che un controtenore/sopranista avrebbe giovato.
La mole orchestrale è stata davvero imponente, i tempi sostenuti: Muti si arroga il suo posto al sole, ma l’equilibrio tra solisti ed orchestra mi è parso rispettato. Del resto lo ritengo non da oggi interprete molto preparato nel repertorio del settecento – primo ottocento (molto più che in quello neoclassico!!).

In sintesi: l’opera può piacere o meno, sicuramente è una testimonianza compositiva, coi suoi pregi e i suoi limiti, che non meritava almeno culturalmente tale oblio. Spero anche in una registrazione che costituisca un riferimento epistemologico stabile.
Sui giornali la “vocalità strumentale” – titolo, il mio, volutamente ambiguo – non è come in questo mio pezzo caratteristica della scrittura di Salieri ma bensì rappresentazione finalizzata (strumentale, appunto) alla glorificazione del direttore d’orchestra. Al di là dell’importanza anche creativa della interpretazione, questa non può essere intesa in modo così estremistico ed acritico.

Chiudo con una nota dolente: che “bello” il defilè di ministri e politici vari! gli stessi che poi quando tornano a Palazzo tagliano i fondi destinati alla cultura…






























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Una Risposta

  1. Grazie per avermi corretto nel mio blog e per avermi citato nel tuo bellissimo post, in merito al quale concordo su tutto.
    Ora cerco una foto della Aspesi on line e l’appendo sopra il letto, è il mio nuovo idolo.
    Ciao :-), a rileggerti.

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