i termini del problema

Su D (sito in manutenzione) allegato a Repubblica di ieri c’è un pezzo di Angelo Foletto su sir Simon Rattle, direttore stabile dei Berliner Philharmoniker.
Ne riporto alcuni virgolettati.

Non tutti devono per forza essere interessati alla musica di Haydn, Schubert o Debussy, ma tutti devono avere la possibilità di ascoltarla… Se non mostriamo i legami tra le diverse forme d’arte e non raggiungiamo il pubblico giovane, non solo non sopravviveremo, ma non faremo neanche il nostro lavoro.

e poi:
Preferisco stare, lavorare dove la musica ha le sue radici e cioè in Europa… Anzi, nella “vecchia Europa”. Perché grazie a Donald Rumsfeld oggi l’aggettivo ci riempie di orgoglio. Qui la musica classica è un solido fattore di cultura, non un segmento di mercato. In America le città si dotano di una sala di concerto, di una biblioteca, di una squadra di baseball, e sono indizi che distinguono la società civilizzata, appartengono alla città ma non necessariamente alla vita della città. Invece la musica è una componente essenziale. Ed esistenziale.

Io credo che il fattore mercato catalizzi o addormenti quello della cultura. Non lo dico certo col sorriso sulle labbra. Ma, in un paese come il nostro in cui l’educazione musicale non è percepita come valore, Istruzione da offrire (e qui bisognerebbe parlare non di possibilità di ascolto di Haydn, bensì di imprinting all’ascolto e libertà di opinione), la musica è governata dai meccanismi del mercato.
Alcuni sintomi.
gli unici spettacoli che ancora fanno cassetta sono quelli delle orchestre più prestigiose, più pubblicizzate. Di solito sono anche gli spettacoli più cari; da ciò si evince che la reclamizzazione o la mondanità determinano la scelta culturale anche oltre la leva economica.
Agli spettacoli cui assisto io c’è uno zoccolo duro di spettatori esteri che raggiunge percentuali bulgare negli eventi meno pubblicizzati. In particolare si tratta di americani, un discreto numero dei quali giovani, molta gente che magari è a Firenze solo per poco tempo ma non rinuncia ad un concerto – segno che il criticato sistema americano funziona meglio del nostro.
In una parola, non darei così per scontato che la classica sia un solido fattore di cultura locale, almeno in Italia. Se così fosse, tra l’altro, non ci sarebbe la necessità di raggiungere il pubblico giovane, perché il giovane sarebbe dentro questo meccanismo, cioè conoscerebbe la musica e al limite sarebbe in grado di operare altre scelte di ascolto con cognizione di causa.
La leva del “mercato”, o meglio quella dell’incentivo, è arrugginita. La prossima finanziaria opererà (come al solito) tagli al comparto cultura: i lavoratori di scena del Maggio hanno attuato una forma significativa di protesta venerdì alla prima del Don Carlo – lasciando aperto il sipario durante il cambio scena e mostrando così la alta complessità e professionalità del loro lavoro.
La divulgazione di classica nei media è stabilmente ad un livello troppo basso. Non ci sono canali dedicati se non in digitale, non c’è una radio dedicata se non in Toscana o in digitale. Sui canali pubblici le trasmissioni dedicate vanno in onda in orari hardcore oppure il sabato / domenica mattina presto. I giornali spingono molto sul consumo di cd (è già qualcosa) ma l’informazione sugli eventi classici della propria città non sempre è adeguata.

















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