quei bei post digeribili del weekend…

Vedi, io vivo. Di che? Né infanzia né futuro
vengono meno… Innumerevole esistenza
mi si sprigiona nel cuore.
(finale della nona elegia duinese)

un’amica (lieve? no, buona amica. smile) sta lambiccando le sue meningi nel redigere un intervento sulla contemporaneità come requisito dell’arte.
Sarebbe bello, in ambito artistico, provare a rapportare l’idea di esistenza – che come quella di contemporaneità implica, almeno etimologicamente, il presente: ex-sistere, fermarsi; siste gradum, viator scrivevano i latini sulle lapidi – a quello di essenza. In che misura l’opera d’arte è rappresentativa del suo Autore, ed in quale grado invece per esserlo deve spingersi proprio oltre la fotografia del contemporaneo, quindi oltre se stessa? E come può farlo?
Non conchiudendosi in sé, restando lavoro aperto (magistrali in questo senso la Terza sonata per pianoforte di Pierre Boulez, isola di costellazioni autoreferenziali ed ancora imprecisate nel numero, e la cosiddetta Superformula di Karl Heinz Stockhausen, cellula elementare che contiene in sé già tutti gli elementi di uno sviluppo che però è ancora da venire)?
Azzardando di perpetuarsi nel concetto di interpretazione (artistica/critica) come scavalcamento della dialettica tra Autore e recettore?
O degradando la singola creazione a species del genus, quindi assumendo il termine opera d’arte la valenza concettuale di parabola artistica – in questi termini potremmo/dovremmo ritenere il tempo un fattore molto pesante e  parlare di proporzionalità tra età anagrafica dell’Autore e capacità di rappresentarsi… la vera arte rappresentativa è solo quella postuma, e via dicendo.

Tutte queste riflessioni nascono in me dalla lettura delle note che Gianni Vattimo stila alla voce Martin Heidegger dell’Europea Garzanti.
Note ovviamente più generali, a carattere teoretico prima che specifico, ma assolutamente illuminanti.

Questa tradizione [platonica, aristotelica] considera l’essere come sinonimo di essere-presente: si dice che qualcosa è in quanto è dato in un punto dello spazio e in un momento del tempo, cioè in quanto è presente. Senonché, proprio l’essere dell’uomo non si lascia rapportare a tale nozione: l’uomo, dice Heidegger, è nella forma dell’aver-da-essere. Per l’uomo, essere significa sempre stare in una situazione progettando di mutarla; la vita è essenzialmente fatta di bisogni, desideri, interessi, stati affettivi che sono tutti modi di protendersi verso il futuro. L’esistenza, cioè il modo di essere dell’uomo, è così definita come progetto. (…) Che l’esistenza sia progetto, significa che l’essere dell’uomo è costituivamente temporale: l’uomo è in quanto si protende verso il futuro, e in questo protendersi costituisce anche il passato come la situazione da cui vuole uscire e il presente come il momento del passaggio e della decisione.(…)

D’altra parte l’uomo, che è così posto al centro del mondo, è un essere finito. La sua finitezza non è tanto legata alla mortalità biologica, ma al fatto che egli “si trova sempre ad essere” in una condizione storica determinata della quale, fondamentalmente, non può disporre. Il progetto che l’uomo, in quanto esiste, è, è un “progetto gettato”. (…)

Molti anni dopo, nella
Lettera sull’umanismo, Heidegger spiegò che l’incompiutezza di Essere e tempo era dovuta al venir meno del linguaggio (…). Il linguaggio non è uno strumento di cui l’uomo disponga a piacimento, con la possibilità di modificarlo rendendolo più adeguato ad esprimere nuovi pensieri; giacché questi pensieri non possono nemmeno nascere se non dispongono già di un linguaggio adatto. Il linguaggio si rivela così come l’orizzonte entro il quale l’uomo è dato a se stesso nella varia concretezza del suo essere storico; esso, dice Heidegger, è la “casa dell’essere”.

Non credo si possa prescindere da questi dettami filosofici nel provare ad analizzare contemporaneità e rappresentatività dell’arte.
Oltre la massima pregnanza del primo paragrafo citato (che potremmo chiamare “sulla problematicità del rappresentato”), gli altri due, relativi al “rappresentante”, se applicati alla specificità dell’espressione artistica, necessitano di una verifica. Infatti è vero che l’artista crea il proprio linguaggio e si muove liberamente, tuttavia bisognerebbe riconoscere una velata forza del condizionamento, che ha dato luogo ad una sorta di attrazione gravitazionale verso determinati modi di fare ad es. musica. Gli “strappi” ed i punti di svolta che si sono avuti nelle varie epoche, il più lacerante dei quali ha dato luogo alla atonalità poi alla dodecafonia, testimoniano una coazione stilistica e la successiva reazione (spesso) iconoclasta. Cosa succederebbe se al giorno d’oggi un artista si proponesse di comporre una sinfonia secondo i più puri dettami di Haydn? Verrebbe ostracizzato, credo.
























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