musique du film

Spesso penso a quanto in oggetto come a qualcosa di bidimensionale, ed ascoltando il concerto sinfonico “omaggio a Truffaut” di giovedì al teatro della compagnia [annuncio] ne ho avuto la conferma.
Per bidimensionalità intendo soprattutto l’assenza della componente dello sviluppo del materiale sonoro. Mi sembra di poter ravvisare un anelito alla purezza cristallina ed alla immediata fascinazione: si vuole colpire subito l’ascoltatore con la bellezza o comunque con la originalità delle idee musicali; a questo, nel prosieguo della partitura, non corrisponde un lavoro di scavo e trasmutazione del tema, ma piuttosto una riproposizione cromaticamente arricchita.
Del resto è un rilievo che si potrebbe fare anche a buona parte della classica dell’ultimo Novecento, a ben vedere – che non a caso presenta una così accanita osmosi, una “multimedialità colta”.
Nel caso della musica per film, il rilievo deriva forse dal rapporto forzato con un mezzo rappresentativo più immediato, che è quello per immagini, che anche quando è impegnativo ed in grado di suscitare riflessioni lo fa sempre su un piano esterno e cronologicamente assai posposto alla proiezione. L’immagine cinematografica possiede una grande forza penetrativa, ed il commento (?) sonoro è condannato a giocare le sue carte sullo stesso terreno, in una lotta a due per la conquista dello spettatore. A meno di non volersi porre sin dall’inizio su un ruolo subalterno e tentare altre direttrici, ma questo mi risulta assai raro.
Questo contribuisce a creare una dialettica di pregio – e l’apporto della musica è sommamente ultile anche al fine di individuare le tematiche e le caratterizzazioni filmiche – ma deprime la ricchezza di svolgimento del tessuto sonoro.

Venendo al concerto, la sensazione è stata dunque quella di aver avuto a disposizione una macchina orchestrale tenuta sulle marce basse. Non parlerei però di scarsa qualità delle proposte di ascolto, ma piuttosto di difficoltà ad individuare elementi validi di autonomia rappresentativa delle partiture rispetto alla proiezione del film.
Questo mi è parso valere soprattutto per le composizioni del musicista che più a lungo ha lavorato con Truffaut, cioè Georges Delerue. La sua suite, ricapitolativa della collaborazione in sette film, ed i titoli di testa di Jules et Jim, eseguiti e bissati alla fine del concerto, puntano tutto sull’estrinseco, cioè su bellezza tematica, lirismo e capacità di avvincere. Lo stesso dicasi per Maurice Jaubert, che ha collaborato col regista in Adele H., e che non va oltre il dispiego di ampie cantabilità e suasioni.
La lezione di Debussy è stata importante per entrambi, soprattutto per il Delerue dei movimenti centrali della suite.
Chi invece prova a fare della sua colonna sonora qualcosa di più elaborato e complesso è il musicista Antoine Duhamel, presente in sala e molto applaudito.
Delle sue tre suites dai film – Baisers volés; Domicile conjugal; La sirene du Mississippi – ho ricavato un’ottima impressione dalla seconda, che mantenendo il lirismo e la immediatezza nella parte centrale, presenta nella prima parte (Concertino coniugale) una bellissima ed elaborata tessitura in stile “Histoire du soldat”, col primo violino chiamato ad una performance impegnativa ed esplorativa di molte delle possibilità dello strumento; anche l’ultimo movimento, dall’espresso richiamo al Giappone, offre un interessante trattamento congiunto di elementi europei e orientali, affidati questi ultimi soprattutto a tastiere e percussioni.
La suite da La sirene du Mississippi (prima esecuzione in concerto – orchestrata a quattro mani da Duhamel ed il direttore d’orchestra Leonardo Gasparini), forse per il riferimento americano, ricorda a tratti la musica di Fronte del Porto ad opera di Bernstein, e con essa la sua forte tensione, ritmica e timbrica. Mentre Baisers volés mostra una ispirazione più sottotono, nonostante l’impiego del mezzosoprano in funzione di “strumento vocale”.

Infine, un Vivaldi a sorpresa. Era prevista anche la musica di Bernard Hermann, hitchcockiano d’elezione e autore per Truffaut di La sposa in nero e Farenheit 451 – motivi di copyright lo hanno impedito.
Abbiamo quindi assistito, in sua vece, alla esecuzione del Concerto per flautino ed orchestra in do maggiore, RV 443, il cui dato saliente è la estrema difficoltà della partitura solistica, per un flautino che in questo caso abbandona la tradizionale funzione onomatopeica del flauto vivaldiano per lanciarsi in passaggi di grande virtuosismo.
Nella compostezza dell’orchestra, un bravissima! alla impeccabile giovane esecutrice di cui purtroppo non sono riuscito a sapere nome e cognome.

Il Maestro Gasparini ha diretto con pieno controllo l’Orchestra di formazione del Maggio Musicale. Compagine promettente, che se data la giovane età ha ancora margini di miglioramento per limpidezza della sezione violini e sincronia tra alcuni gruppi, trova migliore espressione – come spesso succede – via via che il concerto prosegue, mostrandosi infine coesa ed efficace nella “cavalcata” finale di Jules e Jim.


[un sito esauriente sulla filmografia di Truffaut]




















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Una Risposta

  1. la bidimensionalità, è vero, la bidimensionalità.

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