Postludio in mortem di Isotta

Per la serie “cose di cui è fregato molto a molti”, ieri era il cinquantenario della scomparsa di Franco Alfano. Musicista del Novecento noto soprattutto per aver completato la Turandot con un finale che per quanto ci si sforzi non riesce mai a suscitare enormi consensi; io stesso – come ho già avuto occasione di scrivere – sono maggiormente attratto dall’operazione ricostruttiva di Luciano Berio. Che peraltro deve molto al finale alfaniano, in alcune linee melodiche essendo pressoché immutata.
Ma Alfano ha anche una sua personalità di spicco, ed ha dato luce a partiture rilevanti quanto obliate.
Paolo Isotta, sul Corriere di ieri, apre la sezione culturale cercando di rendere giustizia al compositore che a sua detta rappresenta l’apice della creatività musicale italiana del Novecento (almeno del primo), assieme ad Ottorino Respighi.
Con uno stile ahimé assai poco divulgativo, Isotta tratta in modo mirabile l’arte compositiva di Alfano, evidenziandone d’un tempo la vicinanza alla tradizione mitteleuropea, l’attenzione alle realtà musicali extraeuropee, il contenuto innovativo.
Tutto quanto sembra mirabilmente sostanziarsi in un’opera capolavoro, la leggenda di Sakuntala, che presenta grandi affinità col gigantismo orchestrale del primo Schoenberg (Gurrelieder, Pelleas und Melisande) e dell’ultimo Richard Strauss (Sinfonia delle Alpi), insieme all’intrinseco sviluppo di un rapporto – per quanto possibile – con la musicalità indiana ed asiatica, e a procedimenti di trasposizione tonale che accomunano Alfano ad un esponente del Novecento francese che ha conosciuto il giusto tributo ai suoi meriti con grande ritardo, Olivier Messiaen.
Conclude Isotta scandalizzandosi per la mancata attenzione a questa ricorrenza, da parte di Venezia e Napoli, luoghi legati al compositore ed alle sue opere, ma soprattutto di Milano, per rimediare post mortem allo schiaffo toscaniniano del pubblico spregio del primo Finale della Turandot – commissionato al compositore e poi platealmente omesso nella prima rappresentazione scaligera.

Ho confidato troppo nella versione internet di questo articolo che poi, giunto a casa dopo averlo letto, non ho trovato, spero di rintracciarlo per voi nei prossimi giorni.
A margine, dico da un lato che il disinteresse mediatico per l’Alfano non-Turandot ha riscontro anche nella penuria discografica. Su Amazon o Iperdue possiamo trovare un’altra opera alfaniana, Risurrezione (da Tolstoj), che però presenta meno spunti di originalità, essendo più pedissequamente legata alla tradizione verista.
Peraltro le basi di Sakuntala ebbero parzialmente impiego nel finale pucciniano, ascoltando il quale le impressioni di Isotta possono essere avvalorate soprattutto nella prima delle sue asserzioni, la vicinanza ai grandi esponenti europei.
Come nelle citate composizioni, si avverte una urgente necessità di espressione che ormai travalica i mezzi tecnici a disposizione, ne è ingabbiata, ed i suoi “movimenti” pur sinuosi ed affascinanti, diventano a lungo andare ridondanti.
Questo è il preludio, l’antecedente logico alla svolta novecentesca dell’atonalità e poi della musica dodecafonica.
La vita di Schoenberg e la sua parabola artistica testimoniano sulla viva pelle questa crisi e questa svolta.
Pensandoci bene, anche lo snodo (ri)costruttivo della Turandot – e la possibile sequenza di ascolto Puccini / finale Alfano / finale Berio spiegano assai bene il processo evolutivo (o involutivo, questione di gusti) del fare e sentire la musica durante il Novecento.
















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3 Risposte

  1. Molto interessante la tua analisi, sotto ogni punto di vista.
    Per quanto riguarda Isotta, ahimè, sembra che debba sempre dimostrare qualcosa.

  2. Un commento in due parti, chissà perchè:comunque dicevo, mentre da un lato nessuno ricordava il cinquntenario della scomparsa di Alfano, curiosamente ho trovato più richiami alla morte di Robert Merrill, baritono sontuoso, però quasi mai visto in Italia.
    Chissà quali curiosi percorsi seguono le informazioni.
    Leggo che stai affrontando “La montagna incantata”:ne scrissi a suo tempo, ritenendolo “il libro” della mia vita, ti lascio il link, è sempre un piacere leggerti.
    (ah, ho paragonato “La Traviata” a “Pretty woman”, in nome di quello spirito divulgativo che anima le mie “recensioni “delle opere di repertorio, non avermene troppo eh?)
    Ciao.

    http://commentiinsensati.blog.tiscali.it/jt1525979/

  3. azzardo che la presenza discografica di Merill abbia fatto la differenza rispetto ad un compositore che purtroppo vien visto più che altro come un compliatore….la montagna incantata procede molto a rilento, preso come sono da molteplici suggestioni…mi sa che mi ci vorranno i sette mesi o addirittura i sette anni della Prefazione!!su Julia non mi scandalizzo affatto, del resto nel film lei si innamora assistendo proprio alla Traviata. Se tutte le Violette avessero il suo fisico non saremmo certo a lamentarci che l’opera non se la fila nessuno, ci sarebbero le dirette su Sky!! 😉

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