iniziamo dalla ciliegina

Molti post, in maniera schietta o spuria, saranno dedicati alla intensa giornata di ieri ed al coacervo di spunti che si sono accomunati ed intrecciati col precedente materiale “in fieri” di questo blog.
Dal punto di vista lirico – forse un po’ pretermesso quantitativamente rispetto al cospicuo apparato esegetico (Asor Rosa, Ficara, Givone e Cacciari nel pomeriggio) – il culmine della giornata è stato la lettura di un classico luziano ad opera di uno dei poeti presenti, il piemontese Roberto Mussapi.
Ve lo propongo in calce.

Abbiamo ascoltato, intervento dopo intervento, le più disparate qualificazioni degli accenti in Mario Luzi: cromatico, “sentimentale”, impegnato, metafisico,…  e improvvisamente “da leggersi in maniera priva di sentimento”; lontano nel nesso tra parola e cose, ma poi intimo nel donarsi attraverso la parola…
Mi è venuto da pensare che anche Luzi avrà scritto, nel suo smisurato corpus lungo sette decenni, qualcosa di getto, magari dopo aver bevuto troppo, senza essersi ripercorso la storia della filosofia la notte prima!!
Ma l’edilizia selvaggia esegetica, si sa, è il pretium/premium claritudinis, e se presa con le dovute cautele può essere anche divertente – anche se gli effetti narcolettici non hanno certo il pregio di avvicinare gli spettatori, soprattutto se neofiti (verso l’ora di pranzo ho visto gente in preda ad attacchi di panico durante una prolusione del relatore della mia valente amica co-spettatrice pomeridiana).

Non credo che la poesia di Luzi, come ho voluto in qualche modo sottolineare linkando alla recensione di Coletti nel minipost poeta clarus qui sotto, sia univoca nel suo messaggio, nella direzionalità e nella quantità di esso.
Lo presuppone quasi fisiologicamente la marcata estensione temporale, e lo dimostra la multiformità degli indirizzi interpretativi.
Per quanto (poco) mi compete, cioè il dato sensoriale, vorrei rimarcare come la peculiarità di Luzi – ne parlavamo ieri ed eravamo abbastanza d’accordo su questo – sia il carattere in qualche modo idrico della sua poesia.
L’acqua è costituita da una molecola semplice, e la poesia di Luzi non presenta mai una carica elettrica molecolare forte, nel senso che non possiamo mai estrapolarvi unità elementari, binomi di parole cariche di senso poetico, immagini o aggettivazioni immediatamente potenti, feroci.
Ma è nella distesa del discorso, nell’onda avvolgente, nella grandezza dello specchio, che la semplicità trova la sua grandezza  incantatrice attraverso la siginficazione.
Ecco! E’ una poesia adesiva anziché coesiva.
Sarà un caso che anche ieri l’Autore – leggendo due inediti – abbia sottolineato l’importanza del fiume, come essere vivente, nella sua ispirazione e produzione?
Vi lascio alle sue parole, tra le più ispirate.


Aprile-Amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.





























































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